Sotto Il Vulcano


2 Novembre 2019, il Giorno dei Morti tra intreccio, sentimento e ricordo

C'è una storia che racconto volentieri e sta a metà tra il romanzo sull'Amore, il primato spirituale, l'elevazione umana e sociale attraverso Storia della filosofia e misticismo

Sabato 02/11/2019



Capitolo I: “I vivi e i morti”

“Bisogna essere vivi per onorare i nostri morti”. Vi sembra stupido? Banale? Nel senso che gli attribuisco mentre scrivo non è per nulla banale. Si tratta di una constatazione.
E non contempla ipocrisie, falsità, edulcorazioni, approcci di maniera.
Sì, bisogna essere vivi, gioiosi, intensi, sentimentali e appassionati alla vita.
Bisogna metterci la faccia, prendersi, o abbracciare, ogni responsabilità che ci compete o che decidiamo di fare nostra.

“Mi sento vivo”. Succede dopo un bacio, dopo una scarica di adrenalina, quando si è rischiato l’osso del collo e si è caduti in piedi, quando si è superato un limite nella pratica sportiva o in un impegno che pensavamo rappresentasse una difficoltà insormontabile.

L’educazione sentimentale ricevuta non è un merito, da siciliano fatalista potrei ben sottolineare: “Ci è capitata” e tanto più è stata abbracciata con naturalezza e naturalità, corrisposta, compresa, ricambiata in corso di crescita dell’individuo più siamo stati fortunati a condividere parte del percorso con i giusti compagni di viaggio.

I genitori, lo sono, generalmente. Gli amici sinceri, sono anch’essi ideali compagni di viaggio. I conoscenti che donano un sorriso senza chiedere nulla in cambio o che ci considerano, ci guardano, ci vogliono bene con tenerezza, benevolenza, altruismo, affettuosità e rispetto anche per un solo attimo, lo sono.
I buoni maestri, gli insegnanti, lo sono.

E questa emozione è perpetrata nella pratica quotidiana, mentre il tempo scorre, così come nel ricordo, non nel culto, anche molti anni dopo che una persona che sappiamo, o riteniamo, “importante” ha lasciato questa vita.

A volte gli episodi, come le persone, ci ritornano in mente e ci si ritrova, d’improvviso, come a conclusione di un labirinto. Così capita che una festa tra bambini, quando siamo genitori o già nonni, ci rimandi alla nostra infanzia.
Riviviamo sapori, situazioni, emozioni…ricordiamo, precisamente, frasi, colonne sonore, colori, dettagli incomprensibili come certe carte da parati, mobili, suppellettili…i programmi che passava la RAI in quel preciso momento, in quella sera in cui ci ritrovammo a far festa, piccolissimi, con i nostri primi compagnetti.

Ed è lo stesso per i periodi dell’anno ai quali attribuiamo maggiore importanza e positività, tra questi i compleanni, le ricorrenze in genere e, naturalmente, il Natale per chi lo festeggia e ci crede.

L’episodio sarà sempre soggettivo, il bene no, quello è personale, o biunivoco, familiare, di gruppo, anche collettivo, universale…e tanto più si staglia a dare un senso profondo a una giornata così particolare come quella del 2 novembre più sarà evidente che siamo stati, e siamo ancora, del mondo avendo vissuto episodi e attimi di esistenza con pienezza e lucida partecipazione.

Il ricordo è il fermo immagine custodito dall’anima e non conosce edulcorazione, finzione, inganno.
Può essere afflizione o, molto meglio per chi lo detiene e serba, pura gioia, incontaminabile letizia.
Può essere rilegato in un angolo, si può accantonare da solo come avesse propria volontà, o può restare in assoluta evidenza per svariati motivi.
Comunque c’è in ogni sfumatura; e fa parte di noi.

Sono stato amato dai miei genitori. Da entrambi. Ognuno per il proprio, e con personale inclinazione caratteriale, ha dato il massimo. Senza riserve. Da questo presupposto, dal valore dei “sacrifici” sempre affrontati con levità per i figli, da questi codici naturali, umani, valoriali, dall’essere nato in un consesso percepito e vissuto come sano ho ritenuto di essere, e formarmi, per l’empatia e per l’amore.

Non avevo ancora letto Hermann Hesse e già sapevo il valore dell’innamoramento e dell’amore non soltanto nella scoperta dell’erotismo o per la sana passione che avrebbe rappresentato innamorarsi di qualcuno.

Ho amato, e amo con impeto, e sincerità.
Ciò non ci salva, comunque, dai difetti, dalle cadute, dagli errori di scelta, di valutazione.
Si erra anche nel riporre la propria fiducia e, se capita più di due, tre volte, in momenti importanti della nostra vita allora bisognerà stare attenti che non sono gli altri a essere “sbagliati”, non soltanto perlomeno; il problema potrebbe essere nostro, soprattutto, malgrado tutto, nonostante si sia e si sappia di essere persone perbene con valori morali ben saldi.

I dubbi e le domande ce li siamo sempre posti? Io si. Ma si evidenziano specialmente nei momenti di crisi, o critici, quando c’è più tempo per riflettere, o lo si trova per volontà o necessità, in piedi, seduti, o giù, per terra.
E, in tempi di incertezze, di mancanze di certezze, di punti di riferimento che si sfaldano, gli interrogativi sono destinati ad affollarsi nelle menti di quelli, tra noi, più presenti alla loro attuale esistenza.

La tradizione, questa sconosciuta. Eppure fa parte del luogo che ci ha dato i natali. Compone, almeno in parte, la nostra personalità. Le tradizioni sono azioni che si perpetrano nel tempo con regolare cadenza. Anch’esse si collegano a eventi, luoghi, storie, pratiche collettive. E contribuiscono a costruire le nostre identità fluide, a fornire la consistenza delle nostre radici che comprendono gli ascendenti e i discendenti, ma anche i congiunti, i contigui, i vicini di quartiere.

L’1 novembre è festa nazionale. Ed è il giorno dedicato a Tutti i Santi. Mio fratello ci festeggia l’onomastico e anche il compleanno. E, in fondo, ognuno di noi dovrebbe essere festoso, perlomeno nel concepire la tradizione cristiana, perché, in qualche modo, è la festa di tutti, la festa del ricordo. È il giorno in cui ogni santo è ricordato e ci si prepara alla commemorazione dei defunti. Altro che Halloween.

Già, i defunti, i dipartiti.

Quando ebbi l’idea di concepire, redigere, non romanzare ma scrivere e descrivere centinaia di trapassati attraverso “Il Libro dei Morti”, l’allora sindaco di Aci Bonaccorsi, che è tornato a essere il primo cittadino del ridente paesino alle falde dell’Etna dove risiedo da oltre 35 anni, vide – probabilmente – una inclinazione al macabro da parte dello scrivente.

Nulla di più lontano dalla realtà per quanto mi piaccia Edgard Allan Poe o Stephen King o abbia apprezzato la lettura di “Giorno dei Morti” di Agatha Christie e dell’epico “Il viaggiatore del giorno dei morti” di Georges Simenon.

Sì, sarò sempre stato provocatorio ma: o non seppi debitamente spiegare l’idea o, Vito Di Mauro, in quell’occasione, era distratto e finii per non capirci un granché.

Con “Il Libro dei Morti” – progetto colossale dalla complicatissima attuazione anche in un paesino che conta 3.000 anime perché circa il quintuplo è il numero di defunti – l’intento dichiarato era quello di una mappatura cimiteriale attraverso “pecchi” o soprannomi da motivare ed eviscerare. Sarebbero stati presi in considerazione anche episodi memorabili, incroci virtuosi tra due o più persone, ricordi da parte dei parenti in vita legati alla vendemmia come alle feste religiose, al culto di santo Stefano come all’agglomerato urbano che cambia, al rito dei padri che portavano i figli dal barbiere, ma nella seconda stanza stavano i fumatori e quelli che sfogliavano i primi, censurati, giornali porno (anche con foto esplicite!) ad altro ancora. Avrei fatto di Aci Bonaccorsi la Sherwood alle falde dell’Etna pure in assenza di Re Riccardo, dello Sceriffo di Notthingham, di Lady Mariam e di Robin Hood. Ma, per raggiungere certi obiettivi, non è il singolo ma l’intera comunità a dover prendersi la briga di realizzare qualcosa di unico, rivoluzionario.

Insomma, le foto, riprese dal sottoscritto con l’aiuto di un fotografo (immancabile nella mia vita) direttamente dall’immagine posta sul marmo che definisce i loculi, non avrebbero dovuto rimandare soltanto al “caro estinto” ma, trattandone almeno un centinaio tra essi, rispolverare arti, mestieri, personalità, serenate alla finestra dell’amata e beghe per i lasciti, cambiamento della morfologia del territorio e narrazioni favolose sugli accadimenti notturni nelle campagne, tra gli alberi all’ombra della luna. Avremmo scritto, così come uomini e donne che avevano lasciato un buon ricordo in un’intera comunità, avevano vissuto nei ricordi e nelle tradizioni orali tramandate partendo, strano a dirsi, proprio dal cimitero.

Originale punto di vista.

Verrà il giorno. Magari in appresso.

Ma è il concetto di “morto” che resta, dalla nascita del mondo e, poi, dallo sviluppo della filosofia in età ellenistica, fino a quella dell’età moderna e post moderna. I morti e i vivi in un legame che rappresenta qualcosa di assolutamente affascinante, di potente, di aggregativo.

Noi lo “vediamo” da una certa ottica adesso che, mentre scrivo e mentre leggete, siamo tra i vivi. Ma come ci vedono gli altri, “The Others”? Cosa pensano di noi. E, soprattutto: come la vivono? (Ho fatto una battuta!).

Non è soltanto il dolore, il distacco, l’assenza (che viene sostituita, combattuta e, in parte, vinta col ricordo anche attraverso sensazioni olfattive, capi d’abbigliamento, lettere e quant’altro) ma è il concetto a prevedere, oltre quanto scritto nei libri di tutte le religioni monoteiste, e non solo, un continuum, un altrove, un altro mondo, una differente forma dell’esistenza, anche un diverso punto di vista.

E non scrivo di zombies, vampiri, spose cadavere o di mostri in generale buoni per i film dell’orrore. Halloween non c’entra nulla. Qui siamo agli antipodi.

Nel corso della mia esperienza di giornalista, comunicatore, scrittore, questa è la terza volta che mi cimento col “Giorno dei Morti” partendo dal “Giorno di Tutti i Santi”. E stavolta, a ogni buon conto, manterrò da parte il file.

Lo faccio perché so che medesime esperienze sono state parte della vita di ognuno, così queste mancanze di carezze, queste assenze di comprensioni e sguardi che non tornano.
E poi perché la mia sensibilità, di tanto in tanto, m’impone di porre in evidenza qualcosa, anche con sorriso, sperando non sia intrisa di sentimentalismo ma che abbia le sue fondamenta in valori, virtù, sensazioni belle, forti, inclini a dare fiducia, a sostenere speranze.

La notte dall’1 al 2 di novembre “venivano a farci visita” i nostri morti. Generalmente erano i nonni. Quando fossero stati fratelli o altri che in età non troppo matura, peggio se giovane, prematuramente ci avevano lasciati, finiva col prevalere il dolore, lo sconforto…non se ne parlava, non passavano per un giocattolo, un pensiero, un regalo. Non sempre, almeno.

Non potrò dimenticare la mia prima racchetta ritrovata un 2 novembre mattina ai piedi del letto, sopra la coperta. Venni svegliato dolcemente da mia madre, poi entrò nella stanza mio padre. Quindi fu la volta dei miei fratelli, più grandi, ai quali era già arrivato altro. Le tradizioni a volte ti fanno felice pure se stai raggiungendo la maggiore età.
Con la racchetta cominciò un’esperienza, a neppure 7 anni, che sarebbe durata quasi altri 30. Così arrivarono anche la GeneralSport, la Wilson, la Head, la Le Coq Sportif…

Ma i giocattoli, bambole per le bambine, poi Barbie; pistole Smith&Wesson e fucili Winchester per i maschietti aspiranti cow-boy (io desideravo, e ottenni, il tomahawk perché a 4 anni ero già per gli indiani pellerossa con tanto di tenda, costume giallo di grande effetto, scarpe di nappa molto simili a quelle che si vedevano calzate nei film migliori su quella epopea e notevole piumaggio ad adornare il capo del capo tribù) erano tra i regali più gettonati. Così come il forte dei nordisti o i castelli dei crociati. Fino alla creatività che, via via, negli anni del benessere, vide affermarsi case produttrici di alta qualità anche in Italia con un fiorire di cucine, giochi educativi e da tavolo e quant’altro.

Chi ce li portava questi regali? Chi non si era dimenticato di noi?
I morti. Ed era impossibile averne timore, tantomeno paura.
Erano i “nostri morti”. Ed erano tutti buoni. Anche più buoni di quanto non fossero stati in vita. Dopotutto l’esalazione dell’ultimo respiro era stato l’inizio di certa, sicura elevazione spirituale, contava anche come parziale, o totale, espiazione confidando nel Cuore, misericordioso, di Gesù e nell’intercessione della Madonna.

Vero o falso, giusto o sbagliato non aveva importanza. Era edificante, emozionante, ci offriva un’opportunità di abbraccio corale, di perdono, una promessa – della notte prima – di essere buoni e non monelli, meno vivaci e presuntuosi, per i giorni a venire.

Si contavano i giorni. Ci si teneva.

E poi c’erano i vivi, i parenti.
Le famiglie, per carità, di certo avevano problemi anche allora, magari sottaciuti, nascosti, ma vissuti, in genere, meno drammaticamente di quanto si possa essere percepito a partire dagli anni dell’edonismo reganiano : l’uomo è fallace mica “si stava meglio quando si stava peggio”.
Ma oggi se ci dicono che la percentuale dei separati, in Italia, sfiora il 30% delle coppie di certo stanno provando a farci credere a una bugia bella grossa perché il sentore è, invece, che ci si trovi intorno a una percentuale doppia. E, probabilmente, il 30% riguarda i separati da secondi matrimoni o da famiglie nate, more uxorio, dopo la fine del primo matrimonio.

Ma non è questo, il punto. Nella società siciliana, quella che festeggiava il culto dei morti in maniera viscerale come si fosse in Messico (seppure con sfumature e tradizioni differenti) si era, tutti, più vicini.

Oggi siamo slavati, conformisti, meno attenti.
Siete.
Alcuni provano, strenuamente, a resistere. Hanno cuori, e cervelli, che non possono esimersi dalla consapevolezza e dal valore della coscienza.
Alcuni sono nati per fare e già, solo l’essere - o il porsi come - operativi ci fa differenti.

Sarà illusorio ma distingue.

C’erano i dolci. Si compravano, appena fatti nei laboratori di quartiere come nelle drogherie, poi pasticcerie dei paesi, meglio se si preparavano in casa mutuando la ricetta di una sorella di mamma o di una nonna di papà dei tempi in cui Garibaldi non era ancora sceso a farci visita.

Erano i vari: totò, bersaglieri, regina, ‘nzudde, ossa i motti (ossa di morto), rame di Napoli.

Così cominciavano le telefonate, si annunciavano, attese trepidamente, le visite di zii, altri parenti anche di ritorno da Svizzera, Germania o altre emigrazioni continentali, o famiglie di amici “stretti” ed era un fiorire di altri regali, giocattoli come vestiti, tavolette di cioccolata, buste con danaro inviato dall’altro mondo.

A pranzo, dopo pranzo, le tavole imbandite ancora prima di arricchirsi di pietanze succulente e siculissime erano piene di confezioni da scartare se solo appartenevi a una famiglia borghese, lo stesso, per certo anche se con meno sfarzo, capitava quasi ovunque. Non c’era povertà o difficoltà economica che potesse concepire un’assenza di attenzione sì grave. E, a Catania come nelle grandi città, era immancabile un passaggio alla tradizionale fiera dei morti col suo vociare tra le bancarelle dove potevano fare capolino anche articoli di sicuro fascino oltre tamburi, trombette e quant’altro necessario a ricreare baccano musicato.

Era tradizione.

Oggi le nascite, così come i lutti, le leggi sui social. E non è detto che possa seguire tutto con cognizione di causa e in tempo reale. È cambiato il modo di comunicare. Così com’è sparito il telefono a gettoni e quasi non esistono più le cabine telefoniche a tastiera e a scheda o monete.

Una volta nel perpetuare l’antropofagia che ci fa potenti più che il sano zabaglione la mattina si mangiavano, anche, i “morti” così rappresentati dai pupi di zucchero, da quelle figure di marzapane talmente belle che era “peccato anche solo addentarne una”. Figure eroiche, poi, avrebbero fornito l’idea di onnipotenza e di ricarica che neppure il viagra dei tempi moderni…

Così, se riuscissimo a mettere da parte tablet, computer e telefonini ci potrebbe capitare, ancora oggi, di riscoprire l’efficacia del dialogo. Tra questi il parlare coi figli, se solo stessimo attenti a ciò che accade, rappresenta un momento fondante della nostra maturità anche quando fosse anticamera di vecchiaia. Vero è l’assunto: “Non si finisce mai di imparare!”.

Capitolo II: “Genitori e figli”

“Papà, chi siamo noi?”, chiese mio figlio Giorgio una mattina dello scorso maggio che eravamo appena usciti dalla fermata della metropolitana etnea posta a meno di cento metri da casa mia a Catania. Il piccolino, aveva puntato i piedi sul marciapiede rappresentando, con lo strattone che seguì l’improvvisa domanda, quell’importanza da egli attribuita che percepii come solenne.

L’interrogativo era stato posto d’improvviso e il viso luminoso del pargolo, la sua stessa, impettita, postura nell’attesa di esaustiva risposta da parte del genitore rappresentò immediato, ulteriore motivo di attenzione da parte mia: eravamo al “banco di prova”.

Uno dei tanti che ci fornisce la vita e questo amorevole ruolo nello specifico.

”È una domanda tua?”, chiesi per prendere tempo, un po’ impreparato e anche sorpreso per tanta qualità nella semplice richiesta da parte di un bambino di tre anni e mezzo. Conscio, ero, del fatto di non voler banalizzare e di dover porre attenzione, di essere sincero e non filtrato.

“E che è? - protestò, con carattere, mio figlio - Certo che è mia!”. Lo vidi fiero, nella sottolineatura.
Chissà da quante ore, da quanto tempo si era preparato a pormi quell’interrogativo con il quale, magari, non era neppure certo poter attirare la mia partecipata attenzione.
Ero abituato alla padronanza del linguaggio che non me lo faceva interlocutore dell’età anagrafica rappresentata ma persona di genio e appropriato lessico. E vedere suo padre sorpreso, ammirato, alla immediata ricerca di una risposta concreta, di certo gli conferiva fiducia.

“Siamo marines, vero?”, incalzò, tirandomi a sé con la manina serrata alla mia per non darmi neppure il tempo di riflettere oltremodo. Non volli essere tranchant nei riguardi del prozio materno - il quale da anni, e senza alcun senso logico, si ostina a confondere mio figlio su questo che è anche un fastidiosissimo falso storico oltreché erroneo orientamento - e specificai: “No, Giorgio. So da dove ti viene questo convincimento sbagliato.
Ma noi non siamo marines. Primo perché i marines sono una delle forze armate degli Stati Uniti d’America, e io e te siamo italiani, secondo perché, a meno che tu non lo scelga quale attività per quando sarai parecchio più grande, non siamo neppure soldati”.

Il bambino, accettò la mia versione puntigliosa alzando il sopracciglio che non avevo finito di sillabare per insistere: “Allora siamo generali!”. La cosa, adesso, assumeva i toni della gravità, almeno per me.

Emergeva, coi gradi, un modello inconsistente e assieme negativo e non lo aveva appreso da me: il pargolo stava misurandosi con il senso del potere.
Dovevo essere formale, diretto, chiaro: “È falso, Giorgio - ripresi con puntiglio - Il senso del comando che ti trasferiscono gli uomini di potere, o presunti tali, proprio come i generali, non è null’altro che un inganno.
Lo è sempre. I generali sono soldati anch’essi. Possono comandare anche tanti soldati, sottoufficiali e ufficiali sotto di loro ma resteranno, sempre, soldati e, in quanto tali, avranno comunque il dovere di prendere, ed eseguire, ordini impartiti da superiori, persone molto al di sopra di loro. E no, non siamo neppure generali. Non ne abbiamo le qualità, i gradi, l’esperienza, neppure la preparazione. E, francamente, non ce ne può fregare di meno”.

Lo vidi sollevato, ero certo che avesse seguito il significato di ogni mia parola, dopotutto i bambini sono tutti cosi, stanno avanti, anche di molto. Hanno delle risposte che a noi mancano o che abbiamo dimenticato.
Era caldo, sempre più caldo sotto il sole, e desideravo ci spostassimo da quel tratto di marciapiede ove, nel frattempo, eravamo incrociati o superati da altri pedoni. Ma il mio bambino non mollava la presa e neppure il crescendo di domande. Lui che non era mai stato avvezzo alla domanda più antica del mondo ne aveva preparato una “raffica” per il padre. E non mi permetteva neppure di spostarmi di mezzo metro alla volta, salvifica, del portone di casa.

“Papà, allora siamo degli eroi, non è vero?”. “E no” protestai “Non cadere in errore com’è successo a me…sì, degli eroi si narrano le gesta, si ricordano gli atti di valore, di ardimento, intonando canzoni, suonando la cetra, dedicando titoli di libri o i nomi nelle strade, ma questo vale a poco. Seppure si ricorderanno per generazioni a venire, essi sono i primi a morire nella battaglia o quelli che periscono in maniera più atroce e, spesso, prima di essersi goduti il meritato riposo così come gli allori della vittoria o il riconoscimento del loro stesso eroismo del quale, forse, neppure avranno completa percezione in vita. Non ne abbiamo voglia, non è, poi, così bello. Non siamo neppure eroi, mi spiace”.

C’era da essere storditi. Non solo si sudava per il caldo ma quel piccoletto era ancora lì tetragono ed eccitato, attento e intento a interrogarmi con un preciso schema e attraverso il crescendo di articolate domande e differenti modelli che si era creato per l’occasione e non poteva assolutamente essere deluso. Mi aspettavo avesse concluso e, pensai fosse giunto il momento di elaborare una risposta o orientamento, ma mi sbagliavo, eravamo solo al penultimo atto. Altro che “Mamma, papà…e perché, perché, perché?”.

Interruppe, quindi, i miei concitati pensieri per chiosare, brillante e definitivo: “Aspetta…lo so. Lo so! Papà io e te siamo dei supereroi!”.

Ero avvilito, abbassai lo sguardo, era forse la negazione che costava di più alla mia parte fantasiosa e creativa ma risposi guardandolo bene negli occhi e, per farlo, abbassandomi sulle gambe piegando le ginocchia fino a giungere all’altezza del suo viso sul quale poggiai il mio. “No, Giorgio. E mi dispiace molto. Non ho super poteri e non te ne ho potuti, né potrò trasferire. In più ciò che vedi nei cartoni o nei film è soltanto pura fantasia, intrattenimento. Non esistono, almeno come vengono rappresentati, dei poteri super umani… Il fatto che tu, per me, sia anche Super Piccolo non ti vedrà mai svolazzare con un mantello o tirare ragnatele o volare su un surf…neppure scudi potrai usare o corazze iper tecnologiche che ti parlano e ti consigliano mentre sei in azione. Non possiamo farci nulla, amore mio: non siamo neppure supereroi”.
Quest’ultima risposta lo dispiacque. Lo sapeva, certo, ma non poteva subirlo. Chissà, pensai, ora il non poter essere Batman o Spiderman lo deluderà almeno per mezz’ora come gli avessi detto che Babbo Natale non esiste.

Di lì il convincimento e, forse, il genio. Il bambino aveva un inizio di broncio da sconforto quando, d’improvviso e con un impeto imprevedibile per un tipo sovrappeso, stanco, accaldato e fiaccato dai cinque e passa minuti trascorsi a disquisire su “Chi siamo noi?” ebbi modo di ripartire con un tono vocale imperioso, tonitruante e, in maniera convinta e convincente, esclamai: “Vedi, figlio mio, è il momento che ti sveli un segreto. Anche se non siamo nulla di quanto fin qui discusso noi due, io e te, padre e figlio, siamo due semidei!”.
Un sorriso ampio, finalmente, pervase il suo dolce viso e gli occhi brillavano in attesa di una degna conclusione. Proseguì senza espirare né pensare e dissi: “Siamo semidei che è una cosa che ci pone vicino agli dei che stanno nell’Olimpo.
Questi sono coloro che muovono il mondo, il tempo, l’universo intero. Ma siamo anche uomini…e in quanto tali, dopo dieci minuti fermi qui sul marciapiede a discutere siamo sudati, stanchi e, personalmente, mi fanno pure assai male i piedi quindi, per questa volta, salta su in braccio, smetti di fare domande e fatti andare bene questa risposta che è la più reale, concreta e vera che io, tuo padre, ti possa dare”. L’abbraccio che ne seguì fu indimenticabile e struggente. Una volta saltato su in braccio mi carezzò il viso. Compresi che il bambino aveva apprezzato lo sforzo e che aveva preso per buono quel finale. Mi sorrise e, divertito e soddisfatto, esclamò “Il mio papone!”.

Era primavera. In tutti i sensi.

Tre mesi dopo, d’estate, stessa fermata della metropolitana di Catania. L’orario simile, precisa situazione nell’identico punto di quel benedetto marciapiede non lontano dalla “carvana” descritta e narrata da Giovanni Verga in “Rosso malpelo”. Di nuovo…
Strattone.

Mi immagino stia partendo una domanda e invece si tratta di un’affermazione. Il bambino ha elaborato in soli 90 giorni.

“Papà, posso parlare?”, “Certo, Giorgio, ne hai facoltà”. “Voglio darti una risposta…”. “Una risposta?” Ribatto stupito. “Dai allora che sono curioso: vai con la risposta”.

E lui: “Lo sai chi siamo noi? Noi siamo i nostri figli!”.
Resto immobile, senza parole. Lui si accorge dell’uppercut agostano e riprende “Ti piace? Che te ne pare? Che mi dici?”. Quasi stupido ribadisco con la finitezza di molti genitori impotenti: “Ma…è tua o l’hai sentita dire a qualche adulto?” E lui, stavolta quasi offeso: “Ma certo che è mia, papà! E di chi dovrebbe essere?...Allora, che mi dici? Ti piace?”.
“Si, Giorgio. È stupenda. Ed è una risposta assai profonda che mette in connessione tanto di quanto studiato o, semplicemente, sentito. Hai affermato qualcosa di assai significativo”. “E che mi dici?”, voleva comprendere di più, sviscerare, apprendere. Ma, al momento non certo io potevo essere colui il quale avrebbe fornito un possibile approfondimento ad affermazione sì felice e importante. Loro, i bambini, hanno sicuramente un fresco ricordo di insegnamenti che non sono del mondo ma restano, decisamente altri e ben più alti. Per questo potrebbe capitare che la sappiano lunga. Se non siamo più in grado di nutrire il bambino dentro di noi, il fanciullino, allora potrebbe capitare di risultare impreparati e infelici al confronto di strutture ben più fortunate, candide, brillanti rispetto agli adulti quindi, feci per difendere la mia opportunità di prendere tempo e decisi di chiuderla con un: “Bene. Sei stato bravissimo. Hai dato una risposta che potrebbe essere il titolo di un libro o di una canzone. Per risponderti, però, avrò bisogno di altrettanto tempo e allora è dovuto che tu dia al tuo papà almeno altri tre mesi. Avrò modo di dirti cosa ne penso”.


Capitolo III, "I vivi, i morti, i non ancora nati, Platone, il divino che è in noi e la Verità che risiede nell'uomo"

"Noi siamo i nostri figli". Ed ecco un incrocio, virtuoso, tra esistenze non necessariamente di consanguinei. Ecco che ritornano i morti, coi vivi, e con loro, i non ancora nati.

Nel "gioco" di mio figlio, quando egli aveva due anni e mezzo, e fino a quasi quattro, io ero lui, a un tempo, e lui era me. Poi riprendevamo a essere, correttamente, padre e figlio. Ma, il momento successivo, si poteva essere fratelli, nonno e nipote, impersonare altri.
Non necessariamente uno scambio di ruoli e un ridondante gioco fanciullesco.

“Questo è un libro per tutti e per nessuno” scriveva di "Così parlò Zarathustra" l'immenso e controverso Friedrich Nietzsche.
Ma laddove c'è genio e ingegno c'è, sempre, consapevolezza del nostro essere limitati, della finitezza. "Conosci i tuoi limiti, conosci te stesso".

L'esortazione «Conosci te stesso» (in greco antico γνῶθι σαυτόν, gnōthi sautón, o anche γνῶθι σεαυτόν, gnōthi seautón) è una massima religiosa greco antica iscritta nel tempio di Apollo a Delfi. L'origine è incerta ma pare fosse riportata sulla facciata del tempio di Apollo, a Delfi, quando lo stesso venne ricostruito in pietra come riportato da Porfirio e da questi attribuito ad Aristotele.

Anche Socrate domanda a Eutidemo se l'ha vista impressa nel tempio di Apollo a Delfi (Senofonte, Detti memorabili, IV, 2, 24).

Nel Prometeo incatenato di Eschilo, con analoga sentenza Oceano consiglia Prometeo.
Così, Eschilo, indica la sentenza delfica nella forma greca più nota: γνῶθι σεαυτόν (gnōthi seautón) commentando così: «conosci te stesso ed abbi la consapevolezza di essere inferiore a Zeus».

Direttamente da una delle pagine più esaustive di wikipedia.org riportiamo quanto da molti letto e studiato per decenni in merito all'esigenza di conoscere se stessi. Questa è definita come "L'invito a "stare al proprio posto", a non "sconfinare" in ruoli che non gli sono propri, a conoscere i propri limiti è quello mosso da Apollo a Diomede (V, 440-2) e ad Achille (X, 8-10) nell'Iliade; in quanto, come rammenta Apollo allo stesso Posidone, gli uomini non sono altro che «dei miseri mortali che, come le foglie, ora fioriscono in pieno splendore, mangiando i frutti del campo, ora languiscono e muoiono».

Il significato originario è incerto: per deduzione da alcune formule a noi pervenute (Nulla di troppo, Ottima è la misura. Non desiderare l'impossibile), l'intento sarebbe quello di voler ammonire l'interlocutore a conoscere i propri limiti, «conosci chi sei e non presumere di essere di più»; sarebbe stata dunque una esortazione a non cadere negli eccessi a non offendere la divinità pretendendo di essere come il dio. Del resto tutta la tradizione antica mostra come l'ideale del saggio, colui che possiede la sophrosyne (la saggezza), sia quello della moderazione. Secondo Giovanni Reale la comprensione del motto non può prescindere dalla conoscenza dell'elaborazione successiva effettuata da Platone e dai Neoplatonici (pur tenendo presente la maggior vicinanza di Socrate con l'originaria religione delfica). In particolare Platone, nell'Alcibiade Maggiore, sostiene che per conoscere adeguatamente noi stessi, dobbiamo guardare il divino che è in noi.

Non a caso troviamo questo concetto in vari elementi filosofici e religiosi del periodo ellenico e romano, gli Orfici credevano che l'anima fosse di natura divina e infatti la chiamavano dáimōn, che significa divinità minore. Inoltre per gli stoici la realizzazione, chiamata oikeiosis, avveniva attraverso la percezione interna, pratica simile se non identica alla meditazione di base induista e buddista [senza fonte], mentre nel neoplatonismo l'anima proveniva dall'Uno ed attraverso l'estasi tornava ad Esso. Infine nello Gnosticismo, in cui la cultura greca ebbe grande influenza, la conoscenza del Divino partiva dalla conoscenza di sé che spesso si otteneva attraverso pratiche meditative.

Nelle Enneadi di Plotino questo precetto delfico è al centro della trattazione della parte antropologica e psicologica e segna il percorso evolutivo e mistico diretto al congiungimento con la propria essenza divina.

Un concetto simile si trova anche nel monito di Sant'Agostino: "Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas" («Non andare fuori, rientra in te stesso: è nel profondo dell'uomo che risiede la verità»).

Il processo conoscitivo, sostiene infatti Agostino, non può che nascere all'inizio dalla sensazione, nella quale il corpo è passivo, ma poi interviene l'anima che giudica le cose sulla base di criteri che vanno oltre gli oggetti corporei.

Egli osserva come ad esempio i concetti matematico-geometrici che applichiamo agli oggetti corporei abbiano le caratteristiche spirituali della necessità, dell'immutabilità, e della perfezione, mentre gli oggetti in sé sono contingenti. Per esempio nessuna simmetria, nessun concetto perfetto si potrebbe riconoscere nei corpi se l'intelligenza non conoscesse già in anticipo questi criteri di perfezione. Da dove deriva questa perfezione? La risposta è che al di sopra della nostra mente c'è una somma Verità, una ratio superior, ossia più elevata del mondo sensibile, dove le idee restano immutate nel tempo e ci permettono di descrivere la realtà degli oggetti contingenti.

Si può notare come Agostino assimili quei concetti perfettissimi alle Idee di Platone, ma diversamente da quest'ultimo egli le concepisce come i pensieri di Dio che noi intuiamo non in virtù della platonica reminiscenza, ma per illuminazione operata direttamente da Dio.


Capitolo IV: "L'1 e il 2 novembre del 2019"

Chi sono i vivi? E i vivi, se non morti, sono realmente coscienti di essere in vita?

SILENZIO: ognuno elabori per sé e offra al proprio Io le considerazioni personali che il proprio cuore impone.

Capitolo IV, personalizzato: L’intreccio è una considerazione personale, mai il finale

C’è il finale, la fine, la finalità, la finitezza, il fine che non giustifica, sempre, i mezzi dei quali uno dispone o che si mettono in pratica per raggiungere un obiettivo, sano o meno che sia.
Le parole si somigliano, a volte, e bisogna “sentire”, conoscere, riconoscere. Ma è già tutto acquisito, in noi, bisogna solo fermarsi un attimo per provare a comprendere oltre la superficie quello che sta accadendo e il senso della nostra presenza in questo mondo e ora.
L’uomo non è dio, certo, neppure divinità, ma il senso del divino lo possiede eccome, e non c’è bisogno di abbracciare nessuna religione per esserne, pienamente, consapevoli.

Tra gli uomini, tutti condizionabili, c’è chi si è confrontato, un giorno, con le sue paure ed è capitato che le stesse le ha affrontate, sconfitte, annichilite. Questi sono esseri meno condizionabili; non temerari, né coraggiosi, semplicemente, più pienamente, uomini.
Poteva andare diversamente, ma è andata così. Ciò, se non è un talento, deve, però essere messo a disposizione anche degli altri: serve per servire.


Così c’è la storia di quello che decide di finire il proprio matrimonio perché, in sogno, viene visitato dal bellissimo figlio mai nato che, con candore, gli rivela il perché la moglie continuerà a non restare incinta e lo stimola a concludere quella esperienza di coppia poiché, se non si fosse affrettato a uscirne, non avrebbe mai potuto conoscere il “fratellino” che, con semplice gesto della mano, il piccolo narratore indica al padre che non avrà mai modo di abbracciarlo.
E lui, l’uomo, non appena sveglio, rivela il contenuto del sogno alla moglie, chiede, indaga, quindi, di nuovo, la sceglie, argomentando. Supera il trauma ma, inevitabilmente e, per altri versi, finirà per scegliere di concludere quell’unione che doveva essere interrotta. Questo lo porterà, in breve tempo e una volta uscito dall’elaborazione del lutto, a incontrare - e innamorarsi - di un’altra donna con la quale concepirà quel figlio, castano, sereno, bello come il sole e musicale della stessa musica che ascoltava prima di nascere, indicatogli in sogno dal bimbo coi capelli neri e gli occhi blu, il fratello mai nato, pur sempre un oracolo, una propensione della mente, una fioritura iper naturale di sentimento e intelletto.

E ci sono mille altre storie che affiorano, milioni, miliardi di altre esperienza. Racconti mai scritti ma raccontati, di continuo, dall’amico mentre condividete il caffè della domenica e vivete il quartiere che, altrimenti, senza quell’appuntamento, apparirebbe più mesto, quasi vuoto, comunque svuotato da molti contenuti che sono intreccio, storie, esperienze, ricordo, punti di vista.

Ed è la consapevolezza del dovere e del volere fare, non perché sia giusto o necessario, in qualche modo imposto dal costume, dalla morale, dalla educazione ricevuta, dalla consuetudine, dall’essere ordinari, ma perché - e in quanto - una propensione dell’anima.
L’eleganza, se qualcuno avrà la dolcezza di farvelo notare, non è soltanto legata al buongusto o alla ricercatezza nel vestire, neppure al nostro approccio, o alla postura, al portamento, è qualcosa di assai più viscerale, interiore, alto: è propensione dell’anima. Quando c’è si vede, anche se non siete adusi indossare farfallini o bretelle, pochette o altro vezzoso orpello.

Non è un giorno dei morti come gli altri. Però non sono solo, non sono solo mai: non siete mai soli.

“’A livella” del principe Antonio De Curtis, Totò, ripassatela, ascoltatela in video declamata dallo stesso, immenso, artista. È come fosse qui, con noi, e il tempo non scorre o può essere relativizzato. Serve il senso. Molto sta lì, nella contemporaneità di esistenze su diversi livelli poste. E i morti non sono “questi fantasmi” sono diversamente vivi: altrove.

E c’è quel copricapo in feltro rigido, nero, che richiamerò tra poche righe.

Tutto questo, tutto quanto perché l’uomo ha bisogno di esempi, di riconoscere, di passare dall’archetipo al paradigma, anche attraverso le metafore.

Gesù, impareggiabile sostegno, immutabile amico, si esprimeva, anzi, si esprime in metafore.
Lo si apprezzi, per quanto trasferito, reimpostato, anche nella visione de “Il Vangelo Secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini, genio, morto, ammazzato, il 2 novembre del 1975 a Lido di Ostia. Non già trascorsi sono i suoi insegnamenti, la sua poesia urbana e l’adesione anticonformista alla vita.

Negazioni: non porterò nessun fiore alla tomba del padre. Né andrò a visitare altri congiunti o parenti al cimitero. I loro nomi, ordinatamente, si affolleranno nei miei pensieri e nel mio ossequioso, affettuoso ricordo.
Ce n’è di motivi.
E, adesso, con differente consapevolezza, con un’età adulta che ha oltrepassato quella, anagrafica, di mezzo, iniziano a essere in tanti.
Non farò alcun regalo a mio figlio che non sia la mia semplice opportunità di essergli innamorato, rispettoso, gioioso e festante al fianco. Da padre, da viandante, da guida, da bastone, da discente. Non è del materiale che abbiamo bisogno.

Penserò a Giuseppe, compagno di banco delle elementari, anche collezionista di fumetti, che amava Stan Lee e che, ben più giovane, lasciò questo mondo nello stesso anno del geniale fondatore della Marvel. Avrò pensato a Filippo che ha saputo essere illuminante e amorevole nei ragionamenti più di quanto sapesse esserlo da puntiglioso e professionale “ingegnere” delle soluzioni elettriche. Avrò brindato con Alvaro come fossimo, ancora e sempre, seduti assieme e attorno a un tavolo de “La Famiglia” dove la mia essenza non sposta intensità e vividezza del ricordo.
O a Enzo che ha saputo illustrare ben più che decine di migliaia di cartoon condividendo sorrisi e saggezza, focosità e brillantezza attraverso il perpetuare ricordi o il sostenere giocosi momenti di vita. In ogni caso convivranno ancora nell’esperienza, quante non si possono neppure immaginare. Le migliori, per intenderci, come fossero libri, film, emozioni.

L’ho fatto. Ho pregato. Ci ho pensato. Ho condiviso. E sono ancora qui, scrivo. In attesa di essere, anche io, “passato”.



Capitolo V: Stanlio&Ollio e il convegno delle anime

“Mamma, ma allora vuol dire che Stanlio&Ollio non ci sono più? Sono morti?”.
“Sì, Marco. Ma non adesso. Tanti anni prima che tu nascessi”.
“Ma io li ho visti nelle comiche, al televisore, anche poco fa…”.
“Che c’entra, amore, quelli sono film di quando ero piccola io. Li possono trasmettere un sacco di volte ma questo non vuol dire che sono attuali…è accaduto molto tempo fa”.
Il tempo è relativo. Ma noi lo misuriamo perché ci serve. E un senso, tutto questo, ce l’ha ma non basta a essere esaustivo, vero KrÓnos (Κρόνος)?
“Ma, mamma, se sono morti vuol dire che non potrò mai conoscerli…che non potrò parlarci, che non potrò dirgli che li ho voluti bene, che mi hanno fatto sorridere?” e scendon giù due lacrime, due. Mentre, talvolta, e non per titolo di studio e apprendimento, al contempo, esce fuori il genio, o il trascendente, comunque la soluzione che scaccia il baluginare della crisi affiorante: “Li incontrerai, sai, un giorno… Tra molto tempo, altrove, se vorrai potrai incontrarli”.
“E dove li incontrerò, in paradiso?”.
“Sì, certo, proprio lì, in paradiso, dove stanno anche le persone simpatiche, quelle che sono state capaci di farci stare bene, di farci sorridere, di farci ridere come hanno fatto Stanlio&Ollio”.
“Ma, mamma…allora saranno angeli, e io non potrò certo riconoscerli! Lo capisci che avranno un viso e una figura diversa, no? Non saranno uguali a come li abbiamo conosciuti nel corpo, nelle facce!”.
L’avrei potuta o dovuta mettere in difficoltà, senza premeditazione, ma la mamma è sempre la mamma e, allora:
“E invece li riconoscerai. Sarà merito dell’istinto e, per fare in modo che tu ne possa essere certo, sicuro, porteranno qualcosa che farà in modo che tu non possa avere dubbi”.
Ci pensai un attimo, non c’erano dubbi: li avrei riconosciuti dalla bombetta sul capo; dopotutto “L’eleganza non ha bisogno di distintivi, è una propensione dell’anima”.


Da “Giorno dei Morti”.
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