Sotto Il Vulcano


Nel ventre dell'Universo

"Se pensi di averlo capito, non è Dio" scriveva sant'Agostino. Riflessioni sulle metafore nella religione cristiana, sulla religiosità e sull'Uomo

Sabato 20/07/2019



CATANIA - Una diffusa obiezione mossa ai cristiani in particolare consiste nell’accusare il loro linguaggio religioso di risultare oltremodo infantile e banale, spesso ricco di metafore fantasiose, selvagge e primitive.
Un Dio Padre raffigurato con una lunga barba, l’Inferno come un luogo infestato dalle fiamme e da urla strazianti agitato da creature spaventose, angeli come creature volatili ibride dalle fattezze umane, Cristo che ascende al Cielo, lo Spirito Santo come una colomba, (...).

Se voi mi diceste di avere "afferrato" il concetto, non crederei mica che lo abbiate "afferrato" nel senso letterale del termine. O se mentre mi parlate io vi rispondo “Ti seguo”, non significa affatto che io stia camminando dietro di voi. Se ho "il cuore spezzato", non vi aspettiate di trovarlo tale all’esito della mia autopsia.

È un grave errore pensare che la metafora sia qualcosa di opzionale nel linguaggio quotidiano. La verità è che se vogliamo parlare di cose non percepibili dai nostri sensi siamo costretti ad usare un linguaggio metaforico.

Come sa ogni filologo, non c’è altra maniera per parlare.
Non sarebbe meglio – qualcuno si chiede – liberarsi del tutto da immagini mentali che rimandano ad una realtà trascendente?
Può darsi.
Ma, a pensarci bene, è impossibile.

Spesso ho ascoltato commenti del tipo: "Non credo in un Dio personale antropomorfo, ma credo siamo tutti parte di uno stesso Essere, di una grande forza spirituale". Chi così professa non nota di essersi semplicemente limitato a scambiare l’immagine antropomorfa di un dio con quella di un gas o di un liquido di vasta ed incerta forma e dimensione. Ma la sostanza linguistica non cambia: sempre di metafora si tratta.
Le confessioni di numerosi mistici rivelano che Dio è un Essere indefinibile ma non per questo meno concreto, un Essere sul quale non si può dire nulla con la certezza dei nostri sensi.

Peraltro, se l’origine delle cose non fosse concreta, null’altro potrebbe esserlo. Le tecniche pittoriche non hanno mai prodotto un dipinto. La metrica non potrebbe mai comporre una poesia: essa necessita delle parole del poeta per diventare tale, come i colori hanno bisogno di un pittore per diventare arte.
Qualsiasi cosa o attributo proviamo a dire su Dio i mistici ci rispondono: "Non è così".
Sant’Agostino scriveva: "Se pensi di averlo capito, non è Dio".

Immaginiamo che ci sia una medusa saggia tra altre meduse, la quale, rapita da una visione mistica, giunga ad "intuire" l’Uomo. Nel riferirne la descrizione alle altre meduse sue discepole (meno sagge di essa) dovrà ricorrere a molti elementi di privazione della sostanza della medusa. Riferirà che l’Uomo NON è trasparente, l’Uomo NON vive fluttuando negli oceani trasportato da correnti calde, NON ha tentacoli urticanti (...).

Le altre meduse, seppur erudite, non avendo un’intuizione mistica dell’Uomo, finiranno per cogliere di quella descrizione solo le negazioni, appunto: impossibilitate a correggerla con una comprensione di senso positivo, di essenza dell’Uomo, perché esse non la possiedono.

Possiamo dire che la nostra intuizione in relazione all’idea che abbiamo di un Essere trascendente è abbastanza simile a quella che – come ho fantasiosamente descritto - le meduse, esseri viventi più elementari, avrebbero nei confronti dell’Uomo.

Ad ogni riflessione speculativa dovremo necessariamente procedere togliendo dalla nostra idea di Dio gli attributi umani. Ma una volta rimosse alcune caratteristiche umane, non abbiamo altre idee alle quali poter attingere quegli attributi divini adatti a sostituirle.

Possiamo e dobbiamo rifiutare per logica la gran parte delle immagini di Dio indicateci nella Bibbia. Ma bisogna essere obiettivi sul motivo per cui lo facciamo: non perché siano troppo forti, eccessive, banali. Ma proprio per l’esatto contrario: perché sono troppo deboli.

Correttamente noi credenti siamo soliti negare che Dio possa avere delle passioni. Per noi, però, un amore che non sia appassionato è concepito come un amore minore. La passione in amore è qualcosa che ci accade come al corpo accade di bagnarsi. Tuttavia, Dio è esente da questa passione allo stesso modo in cui l’acqua è esente dal bagnarsi. Dio non può provare amore, perché è l’Amore.

I corpi solidi ci danno l’idea di molte verità della geometria piana, ma le figure piane non fanno altrettanto con la geometria solida. Le nostre metafore teologiche sono come figure piane che tentano di intuire figure tridimensionali. Non si può. Non in maniera soddisfacente.

In questa affannata elaborazione di concetti atti a descrivere la Sua essenza ci accorgiamo che il nostro dire viene letteralmente inghiottito dall’essere.
Dunque, potremmo dire che siamo impossibilitati a descriverla per il fatto di essere come un nascituro nel ventre della madre, il quale non ha ancora la possibilità di comprendere pienamente la realtà del mondo esterno, fintantochè in grembo. Ma ciò non deve in alcun modo farlo dubitare che essa esista.
All’un tempo attori e spettatori di questa dimensione terrena e carnale siamo come nascituri nel ventre dell’Universo, che si manifesterà a noi in pienezza allorquando nasceremo ad una nuova dimensione ultraterrena.

La lettera e lo spirito delle Sacre Scritture cristiane ci impediscono di supporre che la vita nella Nuova Creazione sarà una vita sessuale: il che riduce la nostra immaginazione a pensare che sarà un’eternità contraddistinta dall’astinenza e, dunque, eternamente noiosa.

Anche in questo caso la nostra immaginazione, orientata dai sensi, appare inadatta a comprendere cosa davvero ci aspetti dall’altra parte, sempre perché, non potendoci immaginare i tratti positivi di quella nuova dimensione, ci limiteremo a privarla di alcuni di quegli elementi terreni a noi noti e sperimentabili.
Penso la nostra prospettiva sia simile a quella di un bambino che, informato dagli adulti che l’atto sessuale è il più grande dei piaceri del corpo, lui immediatamente li interroghi: "Ok, ma durante l’atto sessuale posso mangiare la cioccolata?".

Al ricevere risposta negativa, potrebbe considerare la cioccolata come una delle principali caratteristiche della sessualità (a lui ancora sconosciuta). E l’atto sessuale, dunque, noioso. Inutili gli risulterebbero le spiegazioni secondo cui gli amanti, all’atto del rapimento carnale, non si preoccupano affatto della cioccolata; che hanno ben altro di meglio a cui pensare. Perché ciò che il bambino conosce è la cioccolata; non la cosa positiva che la esclude.

Bene, noi siamo nella sua stessa condizione: conosciamo la vita sessuale e non conosciamo l’altra cosa che nel Cielo non le lascerà spazio. Laddove ci aspetta pienezza, noi immaginiamo astinenza.
Ecco perché ritengo che il giudizio critico mosso ai credenti sull’uso di metafore per immaginare (seppur maldestramente) una realtà ultraterrena sia infondato, banale ed oltremodo ingiusto.
Criticare una descrizione che tenta di avvicinarsi alla Verità con i limitati strumenti speculativi a disposizione attraverso le negazioni non è saggezza, è saccenteria.
Con quale faccia tosta troviamo il coraggio di ridere di queste descrizioni, quando non saremmo nemmeno in grado, con metafore adeguate, di spiegare al medico la struttura della nostra emicrania?


di Guido Minà (© Sotto il Vulcano/Marco Spampinato 2019 Riproduzione riservata)



Una immagine dal web per dare il senso della percezione dell'aldilà


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