Sotto Il Vulcano


Ai margini dell'Universo, al centro del Creato

L'esperienza dipende dall'approccio filosofico e l'esito delle nostre indagini dalle idee che avevamo prima che iniziassimo a indagare

Sabato 06/07/2019



CATANIA - I nostri sensi non sono infallibili.

Quando sembra ci sia accaduto qualcosa di straordinario, possiamo sempre convincerci di essere stati vittima di un’illusione. Abbracciando una prospettiva filosofica che esclude la possibilità del soprannaturale, concluderemo necessariamente in questa direzione.

L’apprendimento dell’esperienza che viviamo dipende dall’approccio filosofico che utilizziamo come metro di misura di quell’esperienza.

È, dunque, inutile fare appello ai nostri sensi prima di aver risolto la questione filosofica. L’esito di ogni nostra indagine dipende dalle idee che avevamo ancor prima di iniziare la ricerca delle prove.

Ecco, dunque, perché la questione filosofica va affrontata per prima.

Interessante spunto di riflessione su come la previa scelta di un approccio filosofico rispetto ad un altro possa incisivamente influenzare le conclusioni cui perveniamo, ce lo fornisce uno dei più illustri scienziati della storia: Charles Darwin.

Durante la redazione della sua opera magna – "L’origine della specie" – il grande scienziato fu per lungo tempo combattuto su quale approccio filosofico adottare per motivare le conclusioni sulla sua meticolosa osservazione della Natura.

La sua indecisione era motivata dalla circostanza che, durante il lavoro di redazione, la sua amatissima primogenita, Annie, stava affrontando una lunga malattia, all’esito della quale morì, gettando lui e la moglie nella disperazione.

Nonostante le sue teorie fossero (e siano ancora oggi) oggettivamente ineccepibili, all’atto della pubblicazione dell’opera avvenuta nel 1859, arrabbiato con un dio colpevole – a suo avviso - di non essere intervenuto per strappare alla morte una bimba innocente, concluse che l’evoluzione delle specie fosse frutto del caso, che non avesse alcuna direzione di senso, che dietro e oltre la Natura non vi fosse alcun indizio di trascendenza; unica spiegazione utile a fornirgli un pallido conforto per una perdita tanto insopportabile quanto – al suo cuore - inspiegabile.

Con fondato sospetto, fu probabilmente il lutto a spingerlo a concludere per una mancanza di senso della vita; conclusione, però, che – bisogna riconoscerlo con onestà intelletuale - oggettivamente non trova fondamento scientifico alcuno, atteso che la questione di “senso” non è misurabile con l’osservazione. La conoscenza di una cosa non equivale alla conoscenza del senso delle interazioni di questa con altre cose.
Avrebbe concluso alla stessa maniera se Annie si fosse salvata?

Possiamo dividere gli inquirenti sul tema del Soprannaturale in due categorie: i Naturalisti e i Soprannaturalisti.

I primi definiscono la Natura come ciò che percepiamo attraverso i nostri cinque sensi.
Ma questa non è una definizione soddisfacente.

Non vale, ad esempio, per le nostre emozioni. Come si fa a quantificare l’amore, la gioia, la tristezza, la paura, la rabbia? Non possiamo.

Eppure nessuno di noi si sognerebbe di mettere in discussione l’esistenza di siffatte emozioni. Anzi, dell’amore che proviamo per qualcuno non dubitiamo affatto. E per esso finiamo sempre per orientare tutta la nostra esistenza.

Ciò che il naturalista crede è che siamo parte di un tutto. Un tutto che non può essere trasceso. Ogni singola cosa è interconnessa alle altre tal che nessuna di esse possa reclamare la propia anche minima indipendenza dal tutto. Nessuna cosa esiste per sé; esiste per il tutto.
Il Soprannaturalista concorda con il primo sulla necessità dell’esistenza di un’unica realtà che le abbraccia ed interconnette tutte. Ma esclude che si tratti di un tutto.

Ritiene che le cose rientrino in due categorie: nella prima troviamo l’Unica Cosa, basilare, originale ed originaria. Nella seconda tutte le altre cose che derivano dalla prima.

La differenza fra i due punti di vista potremmo riassumerla dicendo che il Naturalismo ci offre un quadro della realtà democratico: in democrazia la sovranità appartiene a tutto il popolo. Il Soprannaturalismo ci offre, invece, un quadro monarchico della realtà: il re ha la sovranità e il popolo no.

Senza entrare nel merito di quale sia tra i due l’approccio più logico da avere nei confronti della Natura, mi limito ad osservare, dal punto di vista storico e sociologico, che il Soprannaturalismo è sorto in un’epoca contraddistinta prettamente da società monarchiche. Il Naturalismo, per converso, si è sviluppato soprattutto negli ultimi secoli, contestualmente allo sviluppo delle società democratiche.

A voi le conseguenti deduzioni.

L’idea che il progresso scientifico abbia in qualche modo alterato la percezione del Soprannaturale è motivata dalla convinzione che nell’antichità la gente credesse ai miracoli perché non conosceva le leggi che regolano la Natura. Questi scienziati ritengono che la fede nei miracoli, ad esempio, sia sorta in un’epoca in cui gli uomini erano talmente ignoranti sulla Natura da non comprendere che il miracolo fosse qualcosa di contrario ad essa.

Ma questa è un’argomentazione banale, quantomeno in relazione a determinati tipi di asseriti miracoli.
Prendiamo, ad esempio, la nascita di Gesù da una vergine.
I vangeli ci riferiscono che quando Giuseppe scoprì che Maria era incinta, decise in un primo momento di ripudiarla. Perché?

Perché sapeva bene, al pari di un ginecologo moderno, che nel corso della Natura una donna non può avere un figlio senza unirsi ad un uomo. Certo, un ginecologo moderno ha conoscenze e competenze decisamente superiori di quante ne avesse all’epoca Giuseppe.

Ma non maggiori di lui su quello che possiamo considerare l’aspetto principale: ossia che la partenogenesi sia contraria al corso della Natura.

E’ ovvio che questo Giuseppe lo sapesse. E’ ovvio che Giuseppe si sia trovato a scegliere tra due opzioni: ritenere di esser stato tradito o accogliere il fatto come qualcosa che oltrepassava l’ordine conosciuto della Natura. E scelse la seconda.

Come potrebbero determinati accadimenti essere percepiti come straordinari se non considerati contrari e superiori al percorso ordinario della Natura? Come stupirsi senza considerarli eccezioni alla regola? La fede nei miracoli, lungi dal dipendere dall’ignoranza dell’osservatore sulle leggi della Natura, deriva proprio da questa conoscenza, seppur talvolta elementare ed arcaica.
Se non vi siete accorti che il sole sorge ad est, non vi stupireste affatto se un bel giorno il sole sorgesse ad ovest.

Un’altra sterile retorica all’indirizzo della Fede sostiene che qualcosa di piccolo come la Terra, se posta a paragone dell’immensità dell’Universo, sia immeritevole dell’amore e dell’attenzione di un Creatore.
Un dio, ammesso che esista e considerata l’immensità dell’Universo, ha ben altre cose a cui pensare, che non il destino delle nostre microscopiche esistenze.

Non v’è alcun dubbio che tutti noi percepiamo l’incongruità di supporre che la Terra sia incommensurabilmente più piccola della Grande Nebulosa di Andromeda.

D’altra parte, però, siamo anche assolutamente convinti che un uomo di un metro e novanta non sia più importante di uno di un metro e sessanta, o un uomo sano non lo sia più di un malato, un adulto più di un bambino, un uomo più di una donna.

La nostra Ragione ci suggerisce che la “dimensione” non sia proporzionale all’importanza.
L’importanza che riconosciamo ad una persona non è mai una questione di “dimensione”. Ma di emozione.
Che differenza c’è tra la punta di una matita sul nostro tavolo e un diamante incastonato nella corona di una regina?

La chimica, attraverso la misurazione, potrebbe rispondere: la diversa collocazione nello spazio degli atomi di carbonio dei due oggetti, il diverso disegno interno che lega gli atomi.
Siamo proprio sicuri che il maggior valore del diamante rispetto alla grafite della matita sia solo motivato dalla sua diversa composizione chimica?

C’è qualcosa nel diamante che esula totalmente dalla chimica.

Esso è considerato pietra preziosa perché è l’uomo che gli ha conferito questa qualità. E’ l’uomo che si è preso la briga di andarlo a cercare nelle profondità della Terra. Certo, se il diamante non avesse quella struttra chimica, l’uomo non lo considerebbe prezioso. Ma senza la decisione dell’uomo di “scegliere” il diamante, esso sarebbe solo una pietra. Come la grafite.

Non ritengo, dunque, per nulla infantile la possibilità che un Creatore scelga di riversare attenzione e amore per una creatura e per le sue vicende, nonostante le minuscole dimensioni spazio-temporali di quest’ultima.
Nella emozionante percezione di essere “scelti” possiamo sentirci amati in maniera unica e presonale da qualcuno che ci supera e trascende.

Noi, felici di saperci collocati, allo stesso tempo, ai margini dell’Universo e al centro del Creato.



di Guido Minà (© 2019 Marco Spampinato/Sotto il Vulcano Riproduzione vietata)



L'uomo osserva l'universo da una sua prospettiva erroneamente "centrale" (Fonte della rete 2019)


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