Sotto Il Vulcano


L'uomo e gli animali. Parte quarta e conclusioni.

Una riflessione che investe il campo teologico, filosofico, giuridico. E che offre uno spunto finale per una soluzione sostenibile.

Sabato 20/04/2019



CATANIA - Indipendentemente dall'azione dell'uomo la vita animale selvatica è intrisa di una continua e immensa sofferenza. Allo stato brado gli animali non muoiono di vecchiaia: al primo malessere che ne riduca la forza e/o la capacità di sfuggire ai predatori la loro sorte è segnata. E le modalità del trapasso, nella maggior parte dei casi, sono terribili.

Sembra a volte difficile anche solo pensarlo, ma è lapalissiano: siamo parte di un creato in cui ognuno vive grazie al sacrificio di altri esseri viventi.

Da cattolico potrei limitarmi ad osservare che Gesù non rifiutava alcun tipo di cibo e nei Vangeli non è contenuto alcun divieto o raccomandazione in tal senso. Anzi, esistono passi del Nuovo Testamento che vanno nella direzione opposta. Sarebbe, dunque, facile per me chiudere la questione limitandomi ad osservare che, se il Dio incarnato seguiva una dieta carnivora, non vi è motivo alcuno per cui debba comportami diversamente.

Ma sarebbe troppo semplice e sbrigativo. E non terrebbe conto delle obiezioni che sul tema provengono dagli atei o da credenti di altre religioni. Per cui non lo farò. Gli argomenti a favore del consumo di carne sono numerosi e immanenti, senza che ci sia bisogno alcuno di scomodare il trascendente.

L’idea di un animale selvatico morto di vecchiaia appartiene solo alla nostra immaginazione: proiezione antropomorfica del comportamento animale. Ammettiamolo.

Mossi nei loro confronti da affetto e compassione, replichiamo sugli animali la nostra pratica di curarci quando ammalati o feriti, dimenticandoci che in natura il concetto di "cura", come da noi intesa, semplicemente non esiste. Un cane può vivere sino a vent'anni solo perché l'abbiamo accudito. In natura non raggiungerebbe la metà di quegli anni.

Sgombrato il campo, dunque, da un quesito malposto secondo cui avremmo il dovere di garantir loro una vita comoda sino alla vecchiaia, bisogna interrogarsi su quale sia un approccio etico da riservare loro.
Scrive Jeremy Bentham, maggior esponente del movimento animalista moderno: "Un cavallo o un cane adulto è un animale incomparabilmente più razionale e socievole di un neonato di un giorno, di una settimana, o anche di un mese. La domanda da porre non è: "Possono ragionare?", né "Possono parlare?", bensì "Possono soffrire?".

Un argomento particolarmente forte a favore dei diritti degli animali si fonda sulla convinzione per cui, se abbiamo doveri diretti verso qualcuno, non si potrà negare che questi vanti dei diritti.
Di per sé il possesso di strutture neuronali complesse che accrescono l'intensità della sofferenza non è sufficiente per affermare il possesso di diritti.

Ed infatti l'animalismo utilitarista di Bentham, fondato sulla necessità di evitare la sofferenza inutile, non pretende che gli animali abbiano diritti e ritiene lecito per l'uomo l'uso degli animali a scopo alimentare semplicemente perché per sua natura l'uomo è un carnivoro.

È, dunque, possibile parlare di "diritti degli animali"?

La risposta del filosofo Francesco D'Agostino è secca: "no".

Secondo questi, l'interesse degli animali a non soffrire produce il correlativo obbligo degli uomini di non farli soffrire. Per cui gli animali sarebbero portatori di interessi (ad esempio quello legato alla qualità della loro vita), ma non soggetti di diritto. La differenza tra diritti ed interessi è tutt'altro che trascurabile. Posso avere interesse per la moglie del mio vicino, ma non per questo ho un diritto nei suoi confronti.

Avere un diritto deve significare qualcosa di più di avere un interesse.

Il problema non è se sia utile agli animali avere o non avere diritti, ma se essi in realtà li abbiano.
In ogni caso, però, bisogna ammettere che siamo oggi più vicini al mondo degli animali di quanto non lo fossimo in passato; ne conosciamo meglio le sofferenze, di cui spesso noi stessi siamo la causa prima; ne scrutiamo meglio la psicologia; ne rivalutiamo le doti e le qualità e ci poniamo il problema delle loro condizioni di vita.

C'è in certo qual modo una regola di giustizia, che non consiste nel riconoscere diritti in senso proprio, ma in un principio di rispetto per una soggettività che, seppur diversa dalla nostra, ha qualcosa di simile alla nostra.

Certamente questa regola non è bilaterale, non è reciproca, non può dirsi simmetrica. Siamo quindi di fronte ad una forma di relazione che non ha tutte le caratteristiche tipiche della giustizia (parità ontologica, piena reciprocità e perfetta corrispondenza tra diritti e doveri) e, tuttavia, deve considerarsi come un grado di giustizia in senso analogico, perché c’è un valore morale da rispettare, che è rappresentato dalla vita e dal benessere di chi è altro da noi.

Secondo D'Agostino, per garantire loro la maggior tutela possibile, non sarebbe necessario ricorrere a riconoscimenti di diritti dal dubbio fondamento: sarebbe sufficiente per l’uomo osservare dei doveri nei loro confronti, quale conseguenza del ruolo di “custode della natura” che egli è chiamato a svolgere. L'influenza nei secoli esercitata dalla cultura giudaico-cristiana, nel senso di rappresentare l’essere umano come "custode del creato", esprime un richiamo forte a questa responsabilità.

È un "quadro schizofrenico" quello del Regno Unito in cui il Governo, pressato dal movimento animalista, nel 2003 decideva di interdire la caccia alla volpe, contestualmente muovendo per "ragioni umanitarie" la guerra in Iraq…

Il paradosso appena riportato porta alla luce una dinamica di pensiero assai diffusa ancora oggi che merita una riflessione.
Gli animalisti sono soliti argomentare che dalla crudeltà inflitta agli animali da parte dell’uomo possiamo dedurne una sua potenziale inclinazione a maltrattare le persone; per cui, con un procedimento inverso, educandolo al rispetto per gli animali possiamo aspettarci che per analogia rispetterà i propri simili. Ragionamento che mi rievoca l’immagine del salmone nello sforzo di risalire il fiume per guadagnare la fonte: un processo di riflessione per così dire "ascendente", secondo il quale da un’acquisita maggiore sensibilità nei confronti degli animali ne conseguirebbe un’analoga e contestuale revisione del pensiero antropologico.

Tesi bizzarra, mi sia consentito. Ritengo sia vero il contrario. Dall'inclinazione di un individuo a sfruttare e maltrattare un altro essere umano possiamo certamente ricavare che sarà a maggior ragione disposto a riservare uguale o peggior trattamento agli animali.

Nell'arco della mia vita ho avuto modo di conoscere allevatori, pescatori ed altre categorie di lavoratori similari, coinvolti in dinamiche economiche che presuppongono e si sostentano dei patimenti degli animali: nella maggior parte dei quali ho intravisto un animo nobile, non di rado una condotta morale irreprensibile, ottimi genitori, esemplari cittadini, persone generose e sensibili alla sofferenza del prossimo.

Non mi ricordo, invece, di aver incontrato alcun uomo che, abituato ad agire nei confronti del prossimo senza porsi scrupolo alcuno, si sia mostrato preoccupato alla cura dell’ambiente e degli animali in particolare.
Per rimanere nella metafora della risalita del fiume, ritengo inutile e maldestro lo sforzo di chi con passione tenta di ripulirne il corso, quando esso è inquinato alla fonte.

Non si può negare che in questi ultimi decenni abbiamo assistito a delle battaglie a favore degli animali capaci di generare cambi di paradigma: martellanti campagne di sensibilizzazione hanno determinato in molti paesi il crollo del mercato delle pellicce; severe restrizioni su tempi e modi delle stagioni di caccia; ancora, più rigide normative finalizzate ad alleviare e/o diminuire le sofferenze patite dagli animali allevati a scopo alimentare o farmaceutico.

Ma non si può nondimeno osservare come allo stesso tempo a livello globale sia aumentato in maniera esponenziale il numero degli animali allevati per similari finalità, con conseguenze devastanti per l’ambiente. Per dirne una, in questi ultimi anni è cresciuto vertiginosamente il numero degli allevamenti intensivi a scopo alimentare; e con esso sono cresciuti il livello e l’intensità delle sofferenze riservate quotidianamente a miliardi di animali.

Quando avremo ottenuto che ad una determinata specie animale venga riservato miglior trattamento, semplicemente l’uomo smetterà di torturare quella specie per prenderne di mira un’altra. E in maniera più incisiva e crudele.

Gioiremo per la vita dell'agnello, ignari della nuova e più drammatica sorte del bue.

Personalmente ritengo che, fintanto non saremo in grado di "educare il cuore dell'uomo per l'uomo", queste vittorie si riveleranno del tutto effimere ed inconcludenti.

Auspico che l’uomo, in un cammino lento ma inarrestabile di progresso spirituale ed antropologico, maturi sempre più la consapevolezza dell’inutilità teorica e pratica di preservare gli animali da una sorte certa nel "se", anche se non nel "quando" e nel "come"; e ciò al fine di compiere un salto culturale ben più arduo e impavido: imparare ad amare il prossimo. Gratuitamente.

Nel frattempo, però, siamo chiamati ad adottare misure concrete, efficaci e di immediata applicazione a tutela di un regno, quello degli animali, cui dobbiamo molto, moltissimo di ciò che nella nostra plurimilleria storia siamo diventati.

E, dunque, possiamo e dobbiamo limitare sensibilmente il consumo di carne o pretendere di acquistarne se proveniente da allevamenti a "km 0", ancor meglio ove gli animali vengano allevati con protocolli biologici. E se scegliamo un regime alimentare vegano o vegetariano dovremmo fare di tutto per soddisfare le nostre richieste acquistando cibo locale.

Questo atteggiamento sì che provocherebbe un impatto imponente sulle economie di scala: una scelta etica e sostenibile, prontamente applicabile.
Il consumatore critico: un incubo per le lobbies.
Proprio quella leva che tanto auspicava di ricevere in dono Archimede per sollevare il mondo.


di Guido Minà
© 2019 Marco Spampinato/Sotto il Vulcano (Riproduzione vietata)



Uomo e animali nel riassunto di una immagine emblematica (fonte della Rete)


< Indietro     











CONTATTI:





Confermando l'invio AUTORIZZI al trattamento dei dati personali ai sensi del Regolamento dell’Unione Europea n. 679/2016, noto anche come “GDPR” e successivi aggiornamenti 2018.





I contenuti presenti su questa pagina dei quali è autore il proprietario Marco Spampinato non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti perché appartenenti all'autore stesso. E’ vietata la copia e la riproduzione dei contenuti in qualsiasi modo o forma. E’ vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore. © Marco Spampinato 1993 - 2018

Italica Service