Sotto Il Vulcano


L'Uomo egli animali. Parte terza.

La sperimentazione animale come è fatta, perché la critichiamo e a cosa ci porta. Per saperne di più.

Giovedì 18/04/2019



CATANIA - L’attenzione degli animalisti sembra concentrata sull’uso degli animali nel campo della ricerca scientifica quanto lo è sul loro allevamento a scopo alimentare, nonostante quest’ultimo sia molto più rilevante del primo.

In Italia, solo nel 2018, gli animali uccisi a scopo alimentare superano di poco i 600 milioni di esemplari (rimangono esclusi dall’indagine pesci, molluschi e crostacei), contro i circa 12 milioni registrati in Europa a scopi sperimentali.

Per sperimentazione sugli animali si farà riferimento a quel tipo di ricerca scientifica indicata come “invasiva”, in contrapposizione a quella limitata esclusivamente alla loro osservazione a scopi scientifici.
Si tratta di quella pratica meglio nota come “vivisezione” che prevede la somministrazione di sostanze tossiche o di farmaci, o si concretizza in interventi chirurgici cui consegue, nella regola, la morte dell’animale. Anche se bisogna dire che il termine “vivisezione” non è del tutto esatto per i casi di specie, atteso che essa fa riferimento a protocolli di dissezione di animali vivi e coscienti, non corrispondenti all’attuale pratica sperimentale diffusa, al punto tale da rappresentare un artificio retorico, retaggio di pratiche passate.

Anche in relazione alla sperimentazione bisogna avere l’onestà intellettuale di ammettere che molta parte dell’attuale patrimonio di conoscenze mediche e biologiche è dovuto soprattutto alla ricerca condotta sugli animali.

Chi asserice il contrario è uno sprovveduto o – peggio – mente.
Tanto per citare un esempio, la sperimentazione animale è stata alla base del percorso che ha condotto alle tecniche di espianto e trapianto di organi e ad innumerevoli terapie che contribuiscono quotidianamente a garantire la salute di milioni di persone in tutto il mondo.

In considerazione dei risultati sorprendenti raggiunti grazie alla sperimentazione animale, affermarne l’inattendibilità è fuori luogo, atteso che alcuni manifesti fallimenti non possono minarne alla base l’efficacia. Che talvolta la sperimentazione non abbia dato i risultati sperati o li abbia addirittura falsati è un fatto che rientra nel più generale modo di procedere del metodo scientifico, per prove ed errori.

In questo contesto, poi, si discute di pratiche rispetto alle quali la nostra condotta individuale ha delle conseguenze decisamente più limitate sulle sorti degli animali impiegati. Se, infatti, relativamente alle abitudini alimentari, le nostre scelte possono fare una notevole differenza sulle loro vite, non possiamo dire altrettanto relativamente alla sperimentazione.

A cena posso decidere se mangiare una polpetta di manzo o un hamburger di soia; ma se contraggo un’infezione e desidero una cura efficace non ho altra opzione che assumere farmaci prodotti anche grazie alla sperimentazione sugli animali.
Sicuramente il nostro stile alimentare da solo non può incidere sul processo produttivo del cibo nella sua dimensione globale, ma lo spazio per elaborare un regime alternativo a quello scelto dalla maggioranza della popolazione esiste. Viceversa, il modo in cui la sperimentazione e la ricerca entrano nella nostra vita non consente simili margini di manovra.

Per la cronaca, trattasi nel 93% dei casi di roditori, e solo nello 0,24% di animali d’affezione, come cani e gatti.

Difficilmente nel dibattito pubblico la tutela della vita degli animali di laboratorio potrà essere anteposta a quella delle vite umane che dalla sperimentazione animale traggono vantaggio in termini di salute e qualità della vita.

Considerata, dunque, l’inevitabilità del ricorso alla sperimentazione animale per l’importanza della posta in gioco in termini di beni ed interessi umani, laddove questi non possono essere altrimenti perseguiti e soddisfatti, quale soluzione etica è possibile adottare per giungere ad un compromesso accettabile?
La Comunità Europea, con la direttiva 2010/63/UE, ha fatto proprio un modello di riforma della sperimentazione animale meglio noto come “Metodo delle Tre R” (Replacement-Reduction-Refinement), proposto negli anni ’50 dagli scienziati William M.S. Russel e Rex L. Burch.

Secondo questo metodo, il protocollo di ricerca che implichi l’uso di animali richiede che per ogni domanda scientifica si sollevino previamente tre questioni.
Innanzitutto, prima di procedere ad una ricerca ci si deve chiedere se la risposta non possa essere trovata per mezzo di metodi che escludano la sperimentazione “in vivo” degli animali, sostituendo il modello animale (Replacement).

Seconda questione: qualora il ricorso ad animali vivi risulti irrinunciabile ai fini della ricerca, bisogna porsi l’obiettivo di ridurre al minimo indispensabile il numero di quelli da utilizzare (Reduction).
Infine, le condizioni di vita degli animali, prima, durante e dopo la sperimentazione, devo essere “rifinite”, ossia salvaguardate evitando loro inutili sofferenze e promuovendo il loro benessere nei limite del possibile (Refinement).

Il “Metodo delle Tre R” si ripropone di tutelare gli animali nella sperimentazione attraverso un concetto ampio di “alternativa”: ovvero non solo alternativa alla sperimentazione (Replacement), ma anche alternativa nella sperimentazione (Reduction-Refinement).

Dai tempi della tradizionale vivisezione, sorta nell’Inghilterra vittoriana, la sensibilità sulla questione si è molto trasformata, fortunatamente. Ma bisogna avere l’onestà intellettuale di ammettere che gli animali nel campo della ricerca scientifica sono stati, sono e - probabilmente - saranno ancora necessari.
La nostra salute continuerà a dipendere dal loro sacrificio.

di Guido Minà

© 2019 Marco Spampinato/Sotto il Vulcano (Riproduzione vietata)



Cavie da laboratorio (fonte della Rete)


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