Sotto Il Vulcano


L'uomo e gli animali. Parte seconda.

Veganesimo e vegetarianesimo. Per un approfondimento che non resta in superficie.

Martedì 16/04/2019


CATANIA - Ai tempi dei nostri progenitori non erano solo gli animali ad essere cibo per gli esseri umani. Ominidi prima, Sapiens poi, tutt’altro che raramente divenivano a loro volta prede delle bestie selvatiche.

È di pacifica evidenza come il loro utilizzo a scopo alimentare sia la forma fondamentale e più antica di relazione con essi; e non esiste popolazione che faccia eccezione a questa regola. Il che non esclude – come è ovvio – le eventuali scelte contrarie operate da parte di singoli individui.

Ma è doveroso riconoscere che gli interessi dell’uomo che trovano soddisfazione nell’alimentazione di origine animale non sono sufficientemente rilevanti da controbilanciare l’enorme sofferenza arrecata agli animali stessi nei processi di produzione alimentare.

Qualsiasi interazione che infligga loro immani frustrazioni non controbilanciate da un’adeguata quantità e qualità di interessi deve essere evitata.

Si badi, però: siano sempre e soltanto gli effetti della nostra condotta alimentare a dare un senso alla rinuncia alla carne; talchè, se per ipotesi fossimo certi che detta rinuncia non facesse alcuna differenza sulla qualità di vita degli animali o risultasse marginale, non saremmo obbligati moralmente a praticarla.

Un maiale, prima di finire su un piatto, ha capacità cognitive simili a quelle del nostro gatto con il quale ultimo, però, intratteniamo una relazione molto diversa da quella con il povero maiale, a noi sconosciuto e distante. La nostra riflessione morale risulta, dunque, opacizzata per circostanze contingenti.

Cosa accada, poi, in quelle fabbriche è sconosciuto dalla quasi totalità dei consumatori. Anche questo fattore rende pressoché impossibile una riflessione morale obiettiva.

Le campagne pubblicitarie di prodotti di origine animale risultano fuorvianti ed ingannevoli per il consumatore perché fortemente impregnate di schemi di pratiche della società preindustriale, oggi del tutto marginali, come ad esempio l’allevamento allo stato brado, alterando sensibilmente la nostra percezione dei processi di produzione alimentare di origine animale.

L’opacità di detti processi produttivi è, quindi, in parte contingente e irrimediabile perché dovuta alla distanza che ci separa dagli allevamenti, e in parte deliberatamente perseguita dalle lobbies del cibo: i macelli industriali sono fra le strutture più impenetrabili dal pubblico.

Indubbiamente la scelta di cambiare le proprie abitudini alimentari come il vegetarianesimo e il veganesimo vanno certamente considerati come dei tentativi concreti capaci di stimolare una riflessione morale sulla causa animalista.

Ma giungere a definire dette scelte alimentari come "etiche" è certamente una forzatura.

Perché un comportamento abbia la pretesa di definirsi etico non vanno esclusivamente considerate le circostanze che hanno mosso l’agente a quella determinata scelta, come, ad esempio, l’amore o la compassione verso gli animali, ma anche le conseguenze di detta scelta.

Una consistente percentuale di consumatori, in questi ultimi anni, ha intrapreso la strada del vegetarianesimo e del veganesimo, creando un nuovo paradigma di consumatore.

Sul mercato globale si è generato un innalzamento stratosferico dei prezzi di molti alimenti di origine vegetale, sino ad allora fondamentali per la dieta delle popolazioni più povere.

La quinoa, ad esempio, considerata uno degli alimenti più nutrienti in natura ed utilizzata di frequente nelle diete vegane per la sua alta concentrazione di proteine, coltivata in Perù e Bolivia, da quando è stata scoperta nelle diete vegane è stata ribattezzata il "grano d’oro delle Ande" e ha stravolto l’esistenza degli abitanti di entrambi i Paesi.

In questi ultimi 10 anni il prezzo della quinoa è triplicato, fino a raggiungere i 4.000 euro la tonnellata.

Per questo motivo in Bolivia, un Paese in cui quasi la metà della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno, gli agricoltori hanno cambiato la loro dieta, immutata per oltre 5.000 anni.

Ormai troppo costosa per le popolazioni locali, viene quasi interamente venduta o scambiata con Coca-Cola, dolci industriali e altro garbage food della dieta occidentale.

La situazione ha scatenato una corsa all’accaparramento di terreni coltivabili a quinoa da parte di un inedito bandistismo locale: il tutto a suon di rapimenti, dinamite, stupri.

Oltre al fatto che la diversità biologica delle coltivazioni è stata spazzata via per far spazio esclusivamente a questa coltura.

Il paradosso è evidente: mentre nei Paesi d’origine è diventato più conveniente mangiare l’hamburger di una multinazionale, i ricchi occidentali possono, invece, consumare il proteico burger vegano di quinoa.

Anacardi. Alimento vegano fondamentale per simulare piatti come besciamella, "formaggi" spalmabili, gelati, realizzabili tradizionalmente solo attraverso il latte animale.

Gli anacardi sgusciati provengono per il 40% dal Vietnam.

Secondo Human Rights Watch, sono quasi totalmente frutto del lavoro forzato dei centri di recupero di condannati per droga, dove i detenuti vi giungono senza assitenza di un avvocato e senza regolare processo; costretti a lavorare otto ore al giorno, sei giorni alla settimana, a un ritmo di estrazione di un anacardo ogni sei secondi.

Chi non riesce si diverte una cifra: torturati con bastoni chiodati, celle d’isolamento, elettroshock, niente cibo né acqua.

Come forza lavoro non vengono risparmiati bambini ed oppositori politici.

Per questo motivo Human Rights Watch ha definito gli anacardi "insanguinati", similmente all’appellativo riservato ai diamanti africani.

Il restante 60% proviene dall’India. Il guscio durissimo viene spaccato a mano da donne pagate 2,20 euro al giorno per stare sedute nella stessa posizione dieci ore al giorno.

Inoltre, il guscio rilascia un olio caustico formato da acidi anacardici, cardolo e metilcardolo che brucia in profondità e in modo permanente la pelle delle lavoratrici.

Esiste, poi, un alimento divenuto un vero e proprio simbolo delle diete "cruelty free": l’avocado.

Per produrne 1 kg vengono impiegati 540 litri di acqua. Per ricavare la stessa quantità di pomodori ne basta un decimo.

Il Messico in meno di 10 anni ha decuplicato gli export di questo “oro verde”.

L’offerta non soddisfa la domanda.

I prezzi in salita stanno portando ad una drammatica deforestazione.

Il mercato è in mano al cartello dei Cavalieri Templari, responsabile del traffico di "crystal meth" (potenti metanfetamine allucinogene). Chi non paga il pizzo ha poco di che stare sereno: frutteti bruciati, morte, stupri, rapimenti.

Anche in questo caso si parla di “avocado insanguinati”. Come i diamanti africani. Come gli anacardi.

Ma persino gli avocado sembrano insignificanti in confronto al più grande distruttore di foreste del mondo: la soia.

Per essa ogni anno viene raso al suolo il 3% della foresta pluviale Argentina, otto milioni di ettari, un’area grande quanto il Portogallo.

L’obiezione specifica mossa dai vegani è che la maggior parte della soia viene coltivata per uso animale, non per l’uomo.

Vero. Lo è per circa il 70% della produzione mondiale. Ma il problema è un altro.

Se smettessimo tutti di consumare prodotti animali, la deforestazione e il surriscaldamento terreste non diminuirebbero. Anzi.

Aumenterebbero in virtù del fatto che una vasta quantità di alimenti consumati dai vegani richiede una lunga filiera di produzione, cha va dalla coltivazione a migliaia di chilometri di distanza dal consumatore finale ai numerosi processi di trasformazione necessari – ad esempio – a che la soia diventi tofu.

Le statistiche non lasciano spazio a dubbio alcuno. Nel pianeta, per 1 caloria animale o vegetale prodotta ne impieghiamo altre 7, tra trasformazione, packaging, trasporto, catena del freddo, ecc., perchè quella caloria raggiunga il consumatore finale.

Un delirio.

Un’altra considerazione di carattere culturale deve farci riflettere su quanto siamo ancora fortemente ancorati alla presenza (ancorché figurata) degli animali nella nostre tradizioni alimentari. "Hamburger" di soia, "latte" d’avena, "formaggio" vegetale e via dicendo, sono tutti indici del fatto che l’alimentazione a base animale sia ancora paradigma del concetto stesso di cibo, anche nella sua dimensione linguistica.

Un’ultima riflessione legata agli animali d’affezione. Come conciliare eticamente una scelta implicante la rinuncia da parte del padrone di cibarsi di animali con una che, allo stesso tempo, implica la nutrizione dell’amato cagnolino con alimenti a base animale?

Semplice: è inconciliabile.
Proporre al nostro yorkshire "polpettine di quinoa" su letto di "quasi mayonese" di anacardi non sembra una strada percorribile, a meno di non voler accettare il rischio che il nostro Fuffy si trasformi in un temibile dogo argentino e miri alla nostra giugulare (quella sì che gli ricorderebbe gli squisiti sapori di una volta).


di Guido Minà
© 2019 Sotto il Vulcano/Marco Spampinato (Riproduzione vietata)



Oltre Arcimboldo, una rappresentazione che contrappone due stili di vita non solo alimentari (Illustrazione, fonte della Rete)


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