Sotto Il Vulcano


Salvatore Giuliano: una ferita, siciliana, ancora aperta

La Storia morde il tempo. La vicenda del "bandito" si fa teatro tra cronaca, musica, intrighi, complotti

Domenica 14/04/2019



CATANIA - L’E.V.I.S. fu l’esercito volontario per la indipendenza della Sicilia in cui venne creato, sviluppato e rappresentato il pensiero politico secessionista e di opposizione politica, in alcuni casi armata attraverso la guerriglia, di una frangia indipendentista nata nella impoverita e vessata campagna siciliana del dopoguerra.

Vessata dal fascismo? Anche. Soprattutto messa in ginocchio dagli esiti disastrosi della guerra e dalle imposizioni praticate dai liberatori americani peggio che durante la dittatura di Benito Mussolini.

E poi quel rapporto di grande distanza, incomprensione, raggiro, disaffezione, sfiducia. scontro con il potere centrale, con Roma.

Non pochi cittadini, allora più di adesso, avevano la “storia fresca”, le tragedie ancora vive nella memoria.

Tramandate dai parenti anziani, dai racconti nelle sale da barba, dai cantastorie o attraverso l’eloquio vivido e accorato dello “scemo del villaggio” che, spesso, era solo un disgraziato più presente ai fatti e al mondo di tanti suoi coevi.

Per paradosso si era più coscienti degli accadimenti allora rispetto a oggi con tutto il supporto della tecnologia.

E l’aggressione sabauda che portò all’Unità d’Italia servì, con grande rapidità, a depredare il Regno delle Due Sicilia annullando, distruggendo, annichilendo quel primato – anche industriale – che fu appannaggio di tutto il meridione d’Italia da Napoli in giù quando ancora, il Nord-Est era la zona povera, fluviale e paludosa, d’Italia in parte bonificata grazie alle opere del Ventennio. L’eroismo studiato a scuola è, senza dubbio, parte della storia scritta dai vincitori sui vinti. Quindi una menzogna romanzata.

C’è tutto questo, a ruotare attorno alla figura del fanciullo, poi ragazzo, poi giovane uomo e bandito Giuliano, nella rappresentazione teatrale, originale e di qualità, apprezzata da centinaia di spettatori sul palco del Teatro Metropolitan di Catania la sera di domenica 7 aprile 2019. La settimana scorsa.

Sullo sfondo di Montelepre, che viene proposta anche attraverso spezzoni documentaristici o cinematografici, ecco dipanarsi la storia di Salvatore Giuliano capace di finire al cinema, in due periodi differenti, grazie a Gianfranco Rosi e a Michael Cimino.

36 attori sul palco, dai giovanissimi e impegnati mestieranti a volti adulti più affermati e conosciuti anche attraverso l’esperienza televisiva, animano il racconto musicato da componimenti originali per chitarra così come per fisarmonica.

Al dinamismo, ben congeniato, dei veloci cambi di scena – ripetutamente proposti tra il primo e il secondo atto – fanno corredo gli applausi sempre più convinti di un pubblico attento, magari sorpreso, altre volte basito, tendenzialmente partecipe nel dedicare l’applauso più forte alla prestanza – e ai reiterati, semplici ma convinti, valori morali proposti nella recitazione dal personaggio del rivoluzionario/guerrigliero/vittima del mortifero ingranaggio, quindi convinti, quasi incitanti, nel riconoscere il giallo-arancio col rosso (già degli Aragona) con il Triskele una bandiera rappresentativa di tanta sicilianità non certo affine alla mafia, all’inganno, alla malavita e alla consunzione della corruzione.

Nel drappo rappresentativo il simbolo celtico - esoterico e dai molteplici significati, - campeggia oggi come allora, per l’Isola di Man in Gran Bretagna come per la Sicilia.

E, sullo sfondo, anche lontano, la Sicilia a primeggiare in Europa ai tempi di Federico II che volle farsi seppellire, a Palermo, coi simboli delle tre principali religioni che, al suo tempo, convissero in questa Terra fulgida e martoriata. Le dominazioni, le esaltazioni, gli imbastardimenti e la rivolta dei “Vespri Siciliani” dove l’occupante francese venne massacrato con gli attributi dei morti spediti a Parigi. Quindi il vassallaggio, le baronie, il primato del Regno delle Due Sicilie e la corruzione che favorì l’avanzata, e la vittoria, di “Garibaldo” e dei suoi Mille inviati dall’invasore sabaudo e foraggiati non soltanto dagli inglesi.

Non basterebbe un’enciclopedia per disquisirne.

Salvatore Giuliano indomito. Morto per errori gravi che gli fecero commettere o per sabotaggi (?) orrendi come per l’eccidio di Portella della Ginestra, quindi tradito e ucciso dal “fratello di sangue” Gaspare Pisciotta che poi sarebbe stato a sua volta abbandonato a un destino crudele, da infame, quindi finito ammazzato, anzi corretto, da un caffè quando era già privo della propria libertà individuale e rinchiuso nel carcere palermitano dell’Ucciardone. Anni dopo un altro personaggio, diversamente laido e ugualmente noto, come il banchiere Sindona, avrebbe fatto la stessa atroce fine. A conferma che l’immanenza della tragedia che convive coi profumi e con la bellezza del Mito in Sicilia è culla, probabilmente, dei natali del fu William Shakespeare (ma non accennatelo neppure agli inglesi!).

La Democrazia Cristiana, il partito di don Luigi Sturzo e delle “mani nette” – manco avesse incluso idealmente il già ministro Sonnino – avrebbe determinato il sorpasso sui comunisti tanto cari a uomini e donne che speravano, e lavoravano, la campagna: , la sconfitta – inevitabile – dell’EVIS quando, forse, alcuni siciliani pensavano di abitare un’altra isola come l’Irlanda viste le istanze non dissimili e poi quei “liberatori” americani mai giunti, in verità, dagli Stati Uniti ma scomparsi strada facendo, altro che Roosvelt, altro che Truman, perché l’indipendenza della Sicilia dall’Italia dopo gli esiti della Seconda Guerra Mondiale rappresentarono quanto i probabili sogni comuni anche a Salvatore Giuliano non potevano che essere una chimera.

Quale ultima stella sulla Union Flag, i russi, ma non soltanto loro, non l’avrebbero mai permesso tanto più in un Paese strategico, giovane e dilaniato da una sordida e mai del tutto evidenziata guerra civile qual era l’Italia dove anche il Referendum per scegliere chi preferire tra Monarchia e Repubblica diede esiti che per decenni in molti, pure valenti giuristi, ribadirono falsi o, addirittura sovvertiti.

Per tutto quanto ampiamente accennato “La vera storia del bandito Giuliano” è un dramma musicato e proposto al teatro che andrebbe rivolto alle scuole, che dovrebbe fare il giro dei teatri di Sicilia, d’Italia e d’Europa in quanto ben organizzato e recitato e, soprattutto, apprezzabile nel suo incedere scenico e originale, quasi viscerale, nel proprio concepimento.

Lo spettacolo prodotto e ideato da “Il Centro studi artistici di Acireale”, diretto da Carmelo R. Cannavò, che con le musiche originali di Michele Romeo, le coreografie di Rossella Madaudo e il videomapping di Andrea Ardizzone, a distanza di quasi settant’anni dal misterioso rinvenimento del corpo del ventisettenne Salvatore Giuliano, nel cortile della casa di un avvocato di Castelvetrano, ci svela una sua lettura della storia anche attraverso le importanti rivelazioni del nipote del personaggio principale, Giuseppe Sciortino Giuliano. In tal modo cerca di analizzare la morte del “colonello dell’Evis del Movimento Indipendentista siciliano” avvolta, ancora oggi, nel mistero.

“Per molti Salvatore Giuliano è un patriota, per altri un criminale- spiega Carmelo R. Cannavò volto noto di film di successo come “Baaria” di Giuseppe Tornatore e numerose fiction come “L’Onore e il Rispetto” e “Il capo dei capi”- questo spettacolo si pone l’obiettivo di delineare la figura di Giuliano da sempre oggetto di interesse di film, inchieste e letteratura in modo completo e dettagliato approfondendo il denso periodo storico dal 1936 al 1950, la psicologia giovanile, il contesto antropologico, sociale e culturale analizzando i documenti storici e le notizie di cronaca dell’epoca per stimolare la curiosità e creare dibattiti su un pezzo di storia fondamentale per L’Italia”.

I figli Davide Cannavò, Giuliano adolescente, e Diego Cannavò, Turiddu Giuliano ‘u bandito, sono convincenti e scandiscono gli anni che scorrono anche sul palco.

La messa in scena corale ha visto impegnati 33 attori – che al nostro conteggio paiono 36 – e che ripercorrono la vita di Salvatore Giuliano, il re di Montelepre, dall’adolescenza alla latitanza fino alla morte cercando di approfondire lo stretto rapporto Stato-mafia senza tralasciare il momento fondamentale in cui abbraccia la lotta separatista per l’indipendenza della Sicilia.

Ovunque ci sia un teatro, una libreria, una scuola, un luogo di incontro atti a favorire rappresentazioni musicali e recitate, dibattiti e confronti, ovunque, in questi luoghi si celebra la vita e si nutre la speranza di non soccombere ma, al contrario, di studiare, analizzare, comprendere, forse progredire e, di certo, non retrocedere.

Bravi. Bravi tutti. Consigliato.


di Marco Spampinato
© Riproduzione Vietata. Proprietà Marco Spampinato/Sotto il Vulcano 2019



La locandina dello spettacolo dedicato alla più che verosimile storia del bandito e guerrigliero indipendentista siciliano Salvatore Giuliano


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