Sotto Il Vulcano


La coscienza del peccato per una economia più giusta

Guido Minà, avvocato e teologo, analizza le strutture di peccato e i modelli di economia sociale nel primo articolo che lo porta a collaborare con sottoilvulcano.net

Domenica 24/03/2019



CATANIA - Il cristiano si accosta al confessionale previo discernimento delle proprie condotte quotidiane, valutandole alla luce di un metro di misura ormai bimillenario ereditato dalla cultura giudaica più antica: il Decalogo.

Un esame di coscienza siffatto se parametrato esclusivamente sull’adesione piena o meno ai Dieci Comandamenti, seppur rappresenta uno strumento valido per valutare la liceità giuridica o anche solo morale delle nostre azioni o omissioni nei confronti del “prossimo” (inteso anche e soprattutto in senso propriamente geografico), non considera come il nostro agire altresì influenzi l’intera società civile.

La teologia cristiana ha, sin dai suoi albori, spinto maggiormente il fedele ad interrogare la propria coscienza sulle azioni compiute nell’ambito delle relazioni personali; decisamente meno su quelle azioni che potremmo definire “sociali”; soprattutto su quei comportamenti che, ancorché giudicati “leciti”, producono conseguenze devastanti per la società.

Avete mai fatto il pieno di carburante nella vostra auto?

Sì? Davvero? Beh, allora benvenuti in una struttura di peccato.

Tale concetto, ereditato anch’esso dalla cultura giudaica, ha fatto ingresso nella teologia cristiana di recente ed esprime la riflessione sulle nostre azioni quotidiane apparentemente innocue, offrendo un importante contributo al pensiero economico moderno.

Il fatto (rifornirsi di carburante) in sé lecito nella maggior parte dei paesi come il nostro, in altri, ricchi di petrolio, è causa di morte per milioni persone, per via delle guerre finalizzate all’accaparramento di risorse energetiche fossili.

In tutti i paesi, poi, è causa di inquinamento e surriscaldamento globale.

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi pressocchè all’infinito.

Se avete mai bevuto la bevanda gassata famosa nel mondo (responsabile di danni ambientali alle falde acquifere di molti dei paesi dove viene imbottigliata), indossato un paio di jeans (realizzati con la manovalanza minorile dei paesi poveri), chiesto un mutuo in banca (la cui liquidità si fonda spesso sulla speculazione finanziaria a danno di paesi poveri), e altro, fatevene una ragione: anche voi fate parte – come il sottoscritto – di una struttura di peccato.

Con questo termine, dunque, intendiamo indicare tutti quei comportamenti criminali, o anche solo immorali, consociativamente strutturati, ossia condivisi e diffusi, per realizzare i quali non è necessario apportare una causalità diretta, bastando all’uopo usufruire degli effetti di cause criminali poste da altri, compiute spesso a distanza di migliaia di chilometri da noi.

Insomma, siamo “peccatori strutturati” ogniqualvolta godiamo, ancorché lecitamente, di beni e servizi derivanti da crimini commessi da altri.

Come è possibile essere testimoni di assurde ingiustizie e disastri planetari, senza nemmeno renderci conto del fatto che ne siamo indiretta concausa?

Ciò avviene, tra gli altri motivi, perché il paradigma cui l’economia si è da sempre ispirata è stato quello animale. I modelli economici non hanno mai preso ad esempio il mondo vegetale.

Eppure il 99,7% della biomassa terrestre è costituita dalle piante. Il regno animale ne rappresenta appena il restante 0,3%. Siamo circondati dal regno vegetale, che ha saputo evolversi e adattarsi così bene da popolare quasi tutto il pianeta. Ma conosciamo poco, quasi nulla di esso.

Affascinante osservare come da un semino di grano ne crescano centinaia, migliaia. Una capacità di generare vita, quella delle piante, straordinariamente più potente di quella degli animali, che nel loro intero ciclo vitale possono generare pochi figli.

Quando 500 milioni di anni fa l’evoluzione separò le piante dagli animali, le prime decisero di star ferme. E per questo esse hanno imparato a conoscere perfettamente l’ambiente. Dotate di oltre 20 sensi riescono a sopravvivere in ambienti oltremodo inospitali. E hanno imparato a svolgere tutte le nostre funzioni, ma senza organi: sentono, vedono, decidono. Con tutto il loro corpo, però. La loro intelligenza è diffusa in ogni cellula. Quella che potremmo definire la mitezza estrema delle piante è stata, dunque, presupposto e fondamento della loro grande resilienza alle crisi.

Cosa ha da dire il regno vegetale all’economia?

Le imprese si sono strutturate sul modello del regno animale: forte divisione funzionale del lavoro e ordine gerarchico. Ciò ha consentito loro di correre molto, di spostarsi in cerca di opportunità, di reagire agli stimoli e ai cambiamenti climatici. Le imprese sono state e sono le grandi vincitrici della storia evolutiva del nostro tempo, velocissimo.

A un certo punto, però, in questi ultimi decenni, le relazioni tra gli esseri umani sono cambiate drasticamente con l’arrivo di Internet, rete complessa e capillare, dalla struttura molto somigliante alle piante.

E chi oggi si vuole muovere in questo nuovo ambiente, deve respirare, ascoltare, ricordare, parlare con tutto il corpo: esattamente come le piante. Le piante hanno una marcia in più di noi: comunicano non solo dalla periferia al centro e viceversa, ma anche tra foglia e foglia, radice e radice, liberando migliaia di molecole in aria ed acqua e tramite il tatto. Così facendo, distinguono gli amici dai nemici e sviluppano attività collaborativa.

Chi oggi vuol sopravvivere e crescere nella nuova economia è sempre più chiamato a rinunciare a un controllo gerarchico di tutti i processi e decisioni. E a cooperare. Nella consapevolezza che, facendo parte di un unico corpo complesso e ramificato, la malattia anche di una sola parte, se trascurata o addirittura accentuata, determinerà la malattia dell’intero organismo, con epiloghi drammatici non difficili da immaginare.

Il modello economico mutuato dal regno animale non si è mostrato capace di sostenibilità, perché – in sintesi – non si è dimostrato "giusto".

Abbiamo tenuto nei confronti del pianeta un atteggiamento predatorio. Non ci siamo accorti della assoluta necessità di cooperare per il bene comune.

Nel quadro dell’economia internazionale un progresso degno di essere definito etico non può concretizzarsi esclusivamente nella previsione sic et simpliciter di strumenti normativi a tutela delle persone e dell’ambiente.

Il successo in questo cammino dipenderà dal perfezionamento della riflessione filosofica e dalla capacità delle istituzioni di far proprie le istanze presenti nella società civile per tradurle non solo in norme obbligatorie, ma anche in condotte morali non direttamente sanzionabili, che spingano a sviluppare modelli aderenti alla giustizia, orientati alla cooperazione e all’inclusione sociale.

Ci consoli il fatto che l’attuale atteggiamento da noi tenuto in tema di consumi è più conseguenza di una superficialità nella riflessione, che non di un’attitudine a compiere il male.
Ecco perché prima di saper come fare qualcosa è sempre necessario sapere perché farlo.


di Guido Minà


(c) 2019 Marco Spampinato/Sotto il Vulcano - Riproduzione riservata



Economia civile, una contrapposizione tra il praticare il bene e compiere le azioni che fanno male anche al Pianeta


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