Sotto Il Vulcano


Dear Ludwig, capire un successo per comprendere e amare il teatro

L'atto unico di Nicola Costa rappresentato al Teatro del Canovaccio di Catania come opportunità per emozionarsi e spunto di riflessione

Domenica 09/12/2018



CATANIA - Il Teatro del Canovaccio, immerso nel tessuto urbano della Catania barocca un po' trasandata ma struggente e ammaliante, dai palazzetti in parte semi distrutti o bisognosi di profonde ristrutturazioni, in parte maggiore ricuperati, rigenerati, di carattere quando non, addirittura, sontuosi, rappresenta una "porta".

Ogni teatro ancora vivo, frequentato, pulsante, operante lo è.

Così come le librerie (a Catania ci si auspica un definitivo rilancio della storica Prampolini-Boemi nel terzo tentativo, di una differente proprietà, di ribadirne gli antichi fasti o, quanto meno, di difenderne le rimarchevoli peculiarità e unicità di volumi, spesso rari, quando non anche storici).

Sarebbe poco utile lo studio scolastico senza frequentare teatri, vivere i musei, visitare le mostre, imparentarsi con le librerie.

E il Teatro del Canovaccio è un approdo.

Lo è perché, come l'altra sera accogliendo l'invito del poliedrico e apprezzato regista, attore, autore Nicola Costa ho avuto, ancora una volta, come l'impressione che per molti degli spettatori entrare, varcandone la soglia d'ingresso, rappresentasse quasi una necessità: il ricercato respiro di sollievo al termine di una giornata lunga, stancante, come quando la luce si afferma su tanta opacità.

No, non è voler esagerare né, tantomeno, un atto di piaggeria.

La semplice conferma di quanto premesso, però, arriva già alle prime battute dal palco di "Dear Ludwig" - Sogni, passioni, amori e frustrazioni di L. Van Beethoven.

Per la regia di Nicola Costa sul proscenio calcano le tavole - e vengono alla ribalta - lo stesso Costa, che interpreta Ludwig, Franco Colaiemma - novello Virigilio dantesco alle prese con il suo misurato Goethe, Carmela Sanfilippo irriducibile antagonista del maestro nel ruolo della sguattera mai servile o domata, Alice Sgroi che rappresenta Teresa uno tra gli amori di Beethoven, il fido amico Wegeler interpretato da Gianmarco Arcadipane e Angelo Ariosto irriverente e buffo nel ruolo di Johann, fratello del genio.

Queste le maschere di una rappresentazione artistica capace di far registrare un convinto successo con partecipazione di pubblico.

Nelle note di regia di Costa spiega quanto "il ritrovamento del diario di uno dei più grandi maestri della musica di tutti i tempi è da considerarsi un fatto di grande importanza storica e artistica. Ma quello che ho cercato di tirare fuori attraverso l'attenta e dettagliata analisi dei versi in esso contenuto è qualcosa che va oltre l'inedito, oltre la ricerca, oltre la passione per il mio lavoro. Ho provato a identificare i tratti di una personalità che, per molti aspetti, si poneva mille miglia distante rispetto a quanto la letteratura non conoscesse già del maestro Beethoven che, insieme ad Haydin e Mozart è considerato il padre del classicismo musicale viennese".

E, in effetti, il generoso, febbrile, autentico sforzo di Costa si dispiega, in scena, prorompendo tra il pubblico raggiungendo l'obiettivo in uno scambio serrato con gli altri attori assieme a lui impegnati ma, in primo luogo, in un crescendo con sé stesso che, probabilmente, svela il Beethoven intimo come nelle intenzioni del regista.

Ecco che le contorsioni, per il dolore fisico, patito dal suo personaggio principale appaiono vere nel sudore della fronte di Nicola Costa, nelle venature delle mani, nel torcersi di braccia, gambe, piedi, nell'incedere nervoso di passi che si fermano per permettere a Beethoven di meglio sentire o lasciano il campo a una fragorosa risata, a un avvilimento talmente potente da coinvolgere la platea. Ci si piega come l'attore sulla sedia, a momenti si soffre con lui.

L'emersione di Ludwig Van Beethoven nel privato è la chicca di quest'opera che ne rappresenta il rapporto coi familiari, l'adorazione per la madre e il rammarico per un padre assente, distante nonostante anch'egli animato dall'amore per la musica e il bel canto, l'ammirazione per Mozart "Il più grande tra i maestri" o per Goethe "Il più straordinario dei poeti", infastidito e urtato dalla tracotanza di Napoleone (che lo deluderà nella sua involuzione concettuale da conquistatore a tiranno desideroso del plauso di una corte) così come è giocoso, burlone, goliardico durante i suoi amori rivolti a Giulietta, a Teresa.

Ma quel che più vale, assieme alle convincenti e coinvolgenti interpretazioni è la cadenza, la ritmica, il dialogo tra i silenzi, le luci, le parole, i rumori e la musica, tanta musica.

L'accompagnamento sonoro scandito dalle note delle sonate per pianoforte Al chiaro di Luna, Patetica e Appassionata rappresentano quel legame capace di sublimare le sensazioni del pubblico di condurlo, tenendogli la mano, al connubio tra intenzioni, dialoghi e musica.

Un lavoro certosino che fa intendere, pur senza mai udirle davvero, anche le voci che salgono sù dalle strade della capitale austriaca dove si dipana la vicenda del genio di Beethoven che, partito dalla sua Germania, trova proprio a Vienna prima il suo equilibrio economico e, poi, il successo e la gloria già in vita.

La sordità, il tripudio, quindi la morte.

Il silenzio di un attimo, anche al Teatro del Canovaccio - 60 posti quando si è al gran completo - in quella girandola di entrate in scena anche dall'ingresso della saletta e un finale che possiamo svelare che esalta la funzione, e i dettami, del teatro di Grotowsky che imparenta in concrete interazioni le performance con le reazioni, e le azioni, degli stessi spettatori.

Quando Goethe ci spiega, con la voce calda di Colaiemma, degli ultimi anni del maestro e del suo storico testamento di Heiligenstadt ("che per contenuti ed estensione di pensiero, non è da considerarsi inferiore a nessuna delle sue composizioni" come sottolineato da Nicola Costa) e arriva alla fine dei giorni di Ludwig Van Beethoven che sulla sua lapide volle inciso soltanto, semplicemente, sublimamente "Beethoven" ecco abbattersi il temporale tremendo che colpisce Vienna.

La morte cala sulla città, sul teatro, come in un'opera sinfonica, nel fragore e nei timbri battenti, dei tamburi. Si procede col cameo dell'assente Franz Peter Schubert astro fulgido e velocissimo della musica che fece in tempo a godere della grandezza di Beethoven e che volle essere tumulato vicino alla di lui tomba nel cimitero di Währing...momenti toccanti nelle poche battute del Goethe/Colaiemma.

Quindi "Dear Ludwig" si conclude, anzi, no.

Cinque, sei, otto minuti di applausi convinti poi riparte la musica, le voci di Franco Battiato e Mario Venuti nel loro rimando, e tributo in musica, a celebrar Beethoven, gli attori che scendono tra il pubblico e invitano alcuni tra gli astanti ad alzarsi, ballare, emozionarsi ancora.

Questo è quanto, in cronaca, rappresentato in una Catania cupa e vivace, falcidiata da mille problemi, con un Comune in dissesto e povertà tra la sua gente, con tanti immigrati e moltissima disoccupazione, con la scuola che scende di livello e gli stipendi che tardano ad arrivare.

Siamo a Catania, una città dove, ad ogni modo, al Teatro del Canovaccio va in scena una piccola, vivace perla molto ben rappresentata e valorizzata e, contemporaneamente, in altri teatri, suonano Edoardo Bennato, Ray Gelato and The Giants, recita Daniele Pecci, e altri ancora.

Allora vi scrivo, cari lettori, a caratteri cubitali: "AVETE IL DIRITTO DI EMOZIONARVI E IL DOVERE DI PARTECIPARE". E lo virgoletto, questo pensiero scritto, perché ne rivendico la convinta paternità che spero sia, anche, convincente.

Nicola Costa è lodevole nella prova d'autore partecipata da una squadra che lascia emergere, con naturalezza, l'appartenenza a quell'atmosfera, a quell'epoca, a quei personaggi rappresentati sul palco. E la regia da pathos al tutto.

Una sera sono uscito dal brioso grigiore della mia creatività, lasciando il mio indaffarato incedere nel mondo della comunicazione necessariamente di nicchia, posticipando per un attimo le esigenze, talvolta pressanti, della quotidianità troppo spesso simile a quella di tanti altri attorno a me e nel Mondo e che, quindi, non arride sempre alle intenzioni di ciascuno tra i coscienti, i volenterosi e nemmeno tra i valorosi.

Al teatro, dove sarei dovuto essere un giorno prima, arrivando alla rappresentazione successiva per via di un impedimento, ritrovai, guarda caso, un amico che non incontravo da circa trent'anni. Festa nella festa!

Esistono gli incroci, non già le casualità, e questi ci "sorprendono" soprattutto nella luce.

Dove il teatro è il faro e la necessità di cultura si rivela motore del mondo al pari del sesso, dell'amore, del buon cibo, della retta coscienza e dell'impegno civile quando, ognuna tra queste scelte - o tra questi esaltanti abbandoni - ribadisce la improcastinabile necessità dell'azione nella vita di ogni individuo.

di Marco Spampinato



Dear Ludwig con Nicola Costa, seduto, e Franco Colaiemma (foto Dino Stornello 2018)


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