Sotto Il Vulcano


Quando per fare il giornalista devi essere un reazionario

Tutto quello che c'è...ma che in troppi tacciono!

Sabato 13/10/2018

“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, scrisse il sommo Dante… all’Inferno! Ma perché all’Inferno?

Ci sono passioni che non possono tacere. Quando ne hai tante, hai sete ogni giorno di nuovi stimoli e nuove esperienze, spesso accade che vieni attratto magicamente dalla sfera delle infinite possibilità, da tutto ciò che prima avevi messo da parte perché ti avevano detto fosse “molto difficile”.

In effetti, oggi, provare a fare il giornalista può essere una scelta poco “intelligente”. Ma perché?

In Sicilia per essere iscritto all’Albo dei Giornalisti devi presentare all’Ordine almeno 90 articoli, frutto di una collaborazione continuativa di almeno due anni, retribuita almeno 500euro l’anno (e, nella pratica, quasi nessuno ti dà nemmeno quelli!).

Fin qui, tutto “quasi” bene. Se non fosse che i giornali, ormai, “vivono” di sponsor pubblicitari e visualizzazioni online. Pertanto, gli aspiranti giornalisti vengono impiegati nelle redazioni "a gratis" non per pochi mesi, il tempo di comprendere i meccanismi, imparare qualcosa e vedere se si è in grado di cominciare a produrre con l'intento di abbracciare la professione. Ma per lunghi anni, a ritmo sostenuto, affrontando, di tasca propria, anche tutte le spese di attrezzature (computer, tablet, iPhone...), spostamenti e quant’altro possa servire nell'esercizio del mestiere.

Migliaia di curriculum inviati alle redazioni nella speranza di uno sfruttamento, di un “lavoro in redazione” che consista anche nel trattare argomenti che l’Ordine, prima dell’iscrizione all’Albo, ti proibisce (come politica e cronaca nera). Dunque, se sei volenteroso e vuoi essere versatile, scrivi migliaia di articoli che non vengono firmati nemmeno a tuo nome, ma che ti servono per crescere e mettere le mani su argomenti più “seri”.

Le stranezze (si, chiamiamole così), non si esauriscono qui. Chiuso negli uffici, difficilmente puoi imparare tutto ciò che ti occorre per diventare un buon giornalista: l’osservazione della realtà, l’ascolto delle persone, la ricerca di materiale esclusivo, la creazione di una ricca agenda di contatti necessari (che i direttori hanno, ma non ti forniscono), acquisiscono un ruolo marginale, per lasciar spazio quasi esclusivamente alla “routine” della testata, ai vari modi in cui è possibile ricevere più visualizzazioni online (SEO, marketing, pubblicità, spam, e così continuando).

Senza considerare, poi, tutti gli altri requisiti che dovresti possedere e mantenere: possibilità di agire in qualsiasi momento del giorno e della notte; reperibilità nostop; assenza di qualsivoglia manifestazione politica; diplomazia e autocontrollo, anche quando il tuo cellulare diventa bollente per il numero di e-mail, messaggi e telefonate che ricevi in pochi minuti, anche quando c’è gente che ti si avvicina con doppi (o tripli) fini.

Nonostante questo, però, quello del giornalista resta uno dei mestieri più interessanti. Un mestiere che ti fa entrare a contatto con tutte le realtà, che ti fa vivere ogni giorno in maniera assolutamente differente dal precedente, che ti spinge a spostarti, a essere sempre più dinamico, a cercare “altro”.

Comprendi subito il grande potere della comunicazione e la responsabilità che ha, o dovrebbe avere, chiunque faccia informazione: selezionare una notizia, renderla fruibile, riportare i fatti quanto più fedelmente possibile, cercare di capire ciò che sta dietro le apparenze.

“C’è da aver più paura di tre giornali ostili che di mille baionette”, disse Napoleone Bonaparte. Una semplice parola accostata a un nome, pubblicamente, può bruciarlo definitivamente o fare la sua fortuna.

Ed è proprio andando oltre le apparenze che inizi a scoprire un mondo diverso da ciò che sembra, fatto di “equilibri”, di “non detto”, di fatti celati, di propagande “inevitabili” e di tante cose da poter fare, cambiare.

Per essere giornalisti, allora, occorrerebbe forse essere innanzitutto reazionari e non ingenui: non piegarsi a un sistema che, come ha ampiamente dimostrato esso stesso, non è funzionale. Un sistema illogico di base che, nello status quo, si traduce nel “lavorare per non poter lavorare, né oggi, né domani”.
Occorrerebbe non arrendersi, cercare senza sosta, trovare chi con onestà intellettuale faccia squadra con colui che, pur essendo acerbo, con umiltà, può dare un grosso contributo al progetto comune: approfondire, liberare idee, scovare qualcosa che la semplice cronaca non contempla, mettendo a disposizione tutti i propri mezzi e dando voce a ciò che, altrimenti, resterebbe muto.

Bisogna dire che esistono strade diverse da quelle comuni, che esistono infinite possibilità, anche per chi sta iniziando adesso. Ma, sono disponibili solo per quelli che si rifiutano di affermare: “Tanto è ovunque così. Tutti scendiamo a compromessi!”, “Devo farlo, poi si vedrà”, “Intanto occorre il tesserino”.


IVANA ZIMBONE



In comunicazione anche i muri parlano e, talvolta, possono essere assai efficaci


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