Sotto Il Vulcano


"68 punto e basta". Egle Doria dalla rivoluzione sessantottina a quella personale

In scena, come nella vita, gli ideali di libertà e "la famiglia dell'amore"

Mercoledì 10/10/2018


Alle Ciminiere di Catania, dal 27 al 30 settembre e dal 4 al 7 ottobre, è andato in scena “68 punto e basta”, ideato e diretto da Nicola Alberto Orofino, prodotto dal Teatro Stabile di Catania.

Gli attori: Egle Doria, Roberta Amato, Alessandra Barbagallo, Giorgia Boscarino, Daniele Bruno, Cosimo Coltraro, Gianmarco Arcadipane, Valeria La Bua, Silvio Laviano, Marcello Montalto, Lucia Portale e Luana Toscano hanno fatto partire “un volo diretto da Catania 2018 a Catania 1968”, con uscite di sicurezza immaginarie e direttive speciali, come “vietato vietare”.

Quattro i percorsi che il pubblico poteva scegliere, ognuno dei quali, sul proscenio, è stato orientato da un’hostess: società e costume; lavoro; politica; università.

Il percorso “università”, accompagnato dall’assistente di volo Alfia D’Ignoti (Egle Doria), raccontava drammi e virtù di diversi personaggi.

L’hostess (Alfia D’Ignoti, ndr), figlia adottiva di “Franca e Turi D’Ignoti”: per ironia della sorte, dopo l’orfanotrofio, aveva potuto mantenere il suo cognome da orfanella. Il padre di Alfia, la stressava telefonicamente anche durante l’orario di lavoro, senza accettare le sue scelte, perché avrebbe voluto che “la figlia seguisse le sue spoglie” (Turi era, infatti, proprietario di un negozio di pompe funebri, nella catanese e ben riconosciuta via Transito).

Nel “Palazzo dell’Università”, invece, sono stati narrati i sogni, emozioni e aspirazioni di Maria Rosaria, studentessa di filosofia e comunista rivoluzionaria che, attraverso occupazioni e propagande culturali, si scontrava con l’ideale della famiglia patriarcale, promuovendo l’uguaglianza di genere e, quindi, l’emancipazione femminile.

La madre della protagonista, interpretata sempre da Egle Doria, la rimproverava duramente, schernendo i suoi valori di “democrazia, libertà e uguaglianza” e prendendo come esempio il fratello, impiegato al Banco di Sicilia. La donna, inoltre, la invitava con veemenza a frequentare la Chiesa di Padre Domenico, quasi fosse un percorso di redenzione.

All’Università si trovava anche un poliziotto, appena rientrato a Catania da Milano, grazie a una raccomandazione ottenuta dai genitori che, preoccupati della rivoluzione sessantottina, si erano premurati di farlo rincasare attraverso loro personali amicizie. Il militare, raccontando come Catania fosse, in realtà, più pericolosa di Milano, si scagliava contro il “sussulto esistenziale” e “l’odio mortale” di chi non conosceva le sofferenze “della fame e della guerra”.

Il poliziotto, dopo essere stato accusato di essere “un servo dello Stato”, si lasciava andare al racconto degli scontri con gli studenti, che vedevano i celerini come “belve che combattono per l’ultimo pezzo di carne”, senza distinzioni, spezzando anche le braccia alle studentesse.

Dopo una carrellata di principi logico-filosofici di Sartre, Marx, Marcuse, Lenin, Gramsci, a occupazione finita, il pubblico è stato ospite della casa di Santi Maria Paternò, altro protagonista che rimanda al giovane studente di giurisprudenza, appartenente a una famiglia borghese che, come tutte, teneva a “certe apparenze”.

Santi non voleva saperne di stare tra le righe: masticando sguaiatamente un chewing gum, raccontava di una “giurisprudenza trasmessa per genetica”, di matrimoni combinati tra giuristi ed economisti, che gli suscitavano la voglia di una “rivoluzione fascista”. La sorella del ragazzo, appassionata invece di “Eros e civiltà” di Marcuse, era tristemente destinata dai genitori ad avere “figli belli, biondi e maschi”, da portare al “Lido dei Ciclopi”, ad Aci Trezza.

Santi, figlio di una madre borghese ma ubriacona, Agata (sempre Egle Doria sul palco), giocava con la famosa squadra di rugby “Amatori Catania” di Benito Paolone, assieme a Nino Jumbo Puglisi. Questa scelta suscitava la rabbia dei genitori, e in particolare della madre, che lo avrebbero voluto avvocato allo studio legale dello zio Enzo, al Viale XX Settembre.

Il padre con in mano un candelabro tricolore, cercava di inculcare nel figlio “la destra più pura”, “il vero fascismo, di Giovanni Gentile”. “Ragazzacci di strada”, invece, erano intesi dal genitore quelli frequentati dalla promessa sportiva, che lo portavano a mangiare sangeli e gli insegnavano tutti gli intercalari dialettali.

“Noi non c’eravamo, ma abbiamo raccontato la rivoluzione del ’68 per suscitare nuove rivoluzioni”, specifica Egle Doria, attrice drammatica straordinaria e poliedrica, a rappresentazione teatrale terminata e prima di raccontare la sua rivoluzione.

Nata in una famiglia di artisti, racconta del valore del coraggio e dell’amore per la vita trasmessole da suo padre, ma anche della forza e dell’abitudine di “guardare la luna” che le ha lasciato mamma Marina.

Tra le poesie della donna che le ha dato la vita, parla, con grande emozione, dei suoi ultimi momenti, quando le promise di tramandare il suo nome, qualora fosse diventata mamma di una figlia femmina.

“Nel 2012 ho sperimentato la voglia di morire, in un anno che doveva coincidere con la fine del mondo. Il teatro era in crisi. Ma poi è arrivato qualcuno che mi ha detto che la vita può sempre riservare delle sorprese”, dichiara.

“Ho avuto il coraggio di difendere la mia voglia di diventare madre, nonostante la mia coppia fosse formata da due donne. Sono andata a Barcellona per eseguire la fecondazione assistita in una clinica. Ho fatto l’ultima iniezione da protocollo durante una replica de << Il Conto delle Lune>> al Piccolo Teatro di Catania.
Quando sono tornata a Barcellona, ho visto un piccolo puntino entrare dentro un monitor, quel puntino che era tutta la vita. E' stato come fare l'amore, il momento più bello della mia esistenza”, continua.

“Poco dopo ho scoperto che fosse femmina e, poi, è nata Marina. Oggi siamo una grande famiglia, fatta anche di tanti zii e di nonni. Mia figlia è una bambina sempre allegra, felice, solare, che quando cade, si alza e dice: <>. Come le altre, siamo mamme che stanno imparando a esserlo, soprattutto quando tra le tante cose della vita ci si rende conto che bisogna rispettare i tempi dei bambini, che appartengono al <>, un tempo diverso da quello di noi adulti”, afferma.

“Abbiamo avanzato la richiesta all’attuale sindaco di Catania, dopo i passi fatti in questa direzione dalla precedente amministrazione, affinché nell’atto di nascita di Marina siano registrati entrambi i suoi genitori. La famiglia è dove c’è amore, e dove c’è amore le famiglie sono tutte uguali”, conclude.

Al termine dello spettacolo, dopo la riproduzione di un video sul significato che bambini, attori e omosessuali danno alla parola "rivoluzione", la piccola Marina è corsa felice dalla mamma, con in mano due rose per lei.


IVANA ZIMBONE



Attrici e attori in scena a Le Ciminiere per "68 punto e basta"


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