Sotto Il Vulcano


A Catania per diffondere la cultura della legalità

L'associazione catanese "Giustizia e Pace" ricorda Costa, Livatino e altre vittime di mafia assieme alle istituzioni catanesi e attraverso la forte testimonianza di Olimpia Fuina Orioli

Lunedì 08/10/2018


L'Associazione "Giustizia e Pace", che dal 1975 si occupa della diffusione della cultura della legalità opera anche attraverso gruppi di studio e di ricerca. Sabato 6 ottobre, all'hotel NH centro di Catania, durante l’ultimo convegno in ordine di tempo, sono state ricordate alcune vittime della mafia, tra le quali i giudici Gaetano Costa e Rosario Livatino.

Il presidente dell’associazione, l’ingegnere Ugo Tomaselli, ha colto l'occasione per raccontare la storia dell'associazione che "è stata fortemente voluta dalla magistratura" e alla quale hanno contribuito diverse realtà associazionistiche sia laiche che religiose, con un unico scopo comune: affrontare tematiche giuridiche e sociali, diffondendo un messaggio di pace e legalità che vada oltre il concetto di legge in senso stretto.

Durante l'incontro, diversi gli interventi: quello dei magistrati Nunzio Sarpietro e Vittorio Fontana; assieme al moderatore, Leone Zingales, vicepresidente nazionale dell'Unione Cronisti; fino agli interventi di Padre Gaudio e di Olimpia Fiuna Orioli che, da Matera, è venuta a Catania per raccontare il dolore per la tragica perdita del figlio, Luca Orioli, barbaramente ucciso assieme alla fidanzata a Policoro, nel lontano '88, e per le "inesattezze processuali" che hanno impedito di dare un nome ai loro assassini.

Altre testimonianze sono state offerte dal Questore di Catania, Alberto Francini, dall'avvocato penalista Enzo Guarnera, dall'assessore al Comune di Catania l’avvocato Fabio Catarella, dall'avvocato Aldo Vitale, in rappresentanza del Centro Studi Livatino di Roma.

Il questore Francini ha ricordato come "i convegni servano ai vivi", come occasione di dibattito in una "situazione di illegalità diffusa". Fabio Catarella, invece, ha parlato di Costa e Livatino come "vittime che hanno lasciato il loro linguaggio nel tempo, costituendo un esempio umano enorme, affinché quotidianamente tutti possano mettere in campo azioni concrete, in grado di portare i loro frutti in futuro". L'assessore ha poi annoverato il valore della meritocrazia e del "bene come reazione alle raccomandazioni".

Il giudice Rosario Livatino, ricordato come "il giudice ragazzino" per il suo aspetto sempre ingenuo e giovane, è stato dipinto come un "professionista e cristiano perfetto" (cit. Padre Gaudio), come un "fuoriclasse per l'intima riflessione e il discernimento dei valori da mettere in campo, un timido che si faceva sentire anche senza parlare" (cit. Sarpietro). Ogni mattina, prima di recarsi in tribunale, andava in chiesa per pregare e fare la comunione. Fu ucciso nel '90, all'età di 38 anni, dalla "Stidda agrigentina"; le sue ultime parole, rivolte agli assassini: "Perché? Cosa vi ho fatto di male?". E' in corso il processo di canoninazzazione che, con tutta probabilità, farà di quest’uomo integro e fortemente rappresentativo il primo giudice venerabile.

Livatino è anche colui che offre lo spunto di riflessione al magistrato Sarpietro sul valore della tutela dei diritti: "Molte cose succedono perché non c'è tutela dei diritti, per insufficienza di mezzi economici, ignoranza o mancanza di tempestività delle risposte istituzionali (...) ma lo Stato siamo noi. Noi dobbiamo dare il giusto, altrimenti non possiamo pretenderlo. Una meritocrazia mediocre, produce un ceto dirigente mediocre, con la necessità di uno sforzo maggiore di chi sta in basso. Occorre essere più retti, più onesti, più capaci di assorbire qualche torto, elevando il nostro livello, in modo da sgonfiare lo scontro. Livatino, con le sue ultime parole, è una luce da seguire".

Il giudice Gaetano Costa, invece, fu ucciso nell'80. "Sentiva l'esigenza dell'azione, dopo la formazione della propria coscienziosa convinzione. Durante il processo nei confronti dei clan di Inzirillo, Spatola e Gambino, i suoi colleghi non vollero firmare un ordine di cattura da lui indicato. Morì senza scorta, durante le sue ferie d'agosto, mentre faceva una passeggiata in centro. Un giudice tenace, onesto, buono, che ha pagato con la vita" (cit. Fontana). Si tratta dello stesso giudice che disse all’ingegnere Ugo Tomaselli: “Ugo, mettiti in testa che la giustizia terrena non esiste”, dopo aver, forse, preso consapevolezza della sua sorte. Per il suo omicidio non sono stati mai individuati né gli autori, né i mandanti.

I video riprodotti durante il convegno hanno suscitato la commozione del pubblico e degli stessi relatori: le foto e le testimonianze degli omicidi di Falcone, Borsellino, Pier Santi Mattarella, di Pio La Torre, ma anche le parole di Riina che, durante il processo, ha dichiarato "di non aver mai sentito parlare di Cosa Nostra". Sullo schermo anche l'intervista a Falcone, che rispondeva di essere mosso "soltanto da spirito di servizio" e di non essersi mai pentito della propria scelta, nonostante i rischi e i sacrifici; le parole di Borsellino che riteneva necessario il suo operato.

Commozione al suo culmine durante l’intervento di mamma Olimpia Fuina Orioli. Sono ormai 30 gli anni che la separano dalla “strage dei fidanzatini di Policoro”, dove suo figlio Luca perse la vita a soli 20 anni. Era il 23 Marzo del 1988 quando l’allievo di Don Giussani è stato ritrovato morto nella stanza da bagno, assieme alla fidanzata Marirosa Andreotta. Aveva già superato 13 esami universitari all’Università Cattolica di Milano, con il massimo dei voti, ed era un ragazzo modello.

“Un dolore reiterante, disperato, senza fondo. Trent’anni di lotta, di cui venti passati in solitudine piena e totale. Dopo i primi vent’anni, mio figlio, in sogno, mi ha indicato la strada da seguire”, afferma la signora Orioli, che non credeva più in una giustizia divina, con un dolore così grande, senza nemmeno avere giustizia da parte delle istituzioni.

“Quando Luca, in sogno, mi ha detto che avrei potuto un giorno incontrarlo di nuovo solo se avessi accettato il dolore, senza più ritenere Dio responsabile della mia sofferenza, ho iniziato a cercare il perché di tutto ciò che mi era capitato. Mio figlio mi ha spiegato come il dolore serva a elevarci alla vita nel regno di Dio - continua - ho capito che la vita di Dio è qui nella morte, ma anche nella vita attraverso la morte”.

Per superare l’insuperabile, la donna ha scritto un libro che rappresenta il suo percorso di accettazione e di elaborazione della tragica vicenda: “Dal naufragio al volo”.

Accanto al cammino spirituale, un percorso istituzionale disastroso, “senza la collaborazione dei carabinieri parenti della famiglia in cui è accaduto il fatto”. Un processo fatto di “perizie riconosciute false, negativi spariti, irregolarità nel servizio fotografico”, ma anche di “persone che si fanno male toccando questo caso”, come accaduto al capitano Salvino Paternò e al colonnello Angelo Jannone, che hanno dovuto pubblicare per proprio conto “Aspettando… giustizia”.

Mamma Olimpia, allora, ne approfitta per appellarsi ai magistrati presenti al convegno, per chiedere l’avocazione del caso, nella speranza di conoscere la verità.



Leone Zingale con Alberto Francini, Questore di Catania


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